
Hai due alternative. Rovinare tutto nel solito modo. Oppure continuare a godere della felicità che quest'uomo è capace di donarti.
Vedi tu, Francesca. Vedi tu.

E che cosa volete che vi dica... che sono incredula e senza parole?
Ecco. Sono incredula, senza parole. E terribilmente felice.

" (...). Allo stesso modo, ora, non voglio sapere niente di te. Ci fu un tempo in cui avrei voluto conoscere ogni anfratto della tua biografia: un percorso che presto o tardi avrei usato per assolverti o per condannarti. Ora mi impongo che quello che vedo debba bastarmi: la tua storia è nel tuo viso, nei tuoi lineamenti, nelle ombre e luci del tuo sguardo, dopo una certa età abbiamo la faccia che ci meritiamo. Io non voglio sapere che cosa ti ha fatto così, non voglio guardare nel motore, sapere che cosa ti ha limitato o arricchito; non voglio sapere se il tuo sia un meritevole punto d’arrivo o un disonorevole ristagno attorno al punto di partenza. Non voglio conoscere i tuoi genitori. Non voglio vedere la foto dei tuoi ex. Giungo a questa ora delle nostre vite, ti trovo come sei, con qualche segno, vissuta come desidero che tu sia. Il nostro passato ci ha portato a noi. Avremo tempo per raccontarci esperienze e curriculum: tanto non ne esistono di adatti a giustificare noi. Dopo una vita questo mi rimane: la percezione inafferrabile, irrazionale, che sei l’unica persona che voglio."
Filippo Facci, da Grazia del 7 aprile 2009.



Londra mi è nemica, perché mi strappa dal ricordo. Nel tempo e nello spazio. Lo stesso sabato di un anno fa. Un caffè in centro. La mostra della Westwood a Palazzo Reale. Una cioccolata con la panna. Parole a fiumi. I minuti, le ore scorrono veloci. E ci portano fino all'aperitivo alle colonne di San Lorenzo. Un paio di whiskey sour, con Oban, of course. Una favolosa cena thailandese. Lily Allen canta Naive, mentre noi torniamo di corsa al parcheggio di Piazza Diaz, che chiude alle 2. Non accadeva da così tanto tempo. Per due lunghi anni nemmeno una parvenza di battito. E invece eccolo. Prima lieve, appena accennato. E poi continuo, festoso. Zampillante come acqua in una fontana. Già. Una fontana. Lo scambio delle coppe. Così piene, ricche, inebrianti. Non so se sia giusto provare tutta questa nostalgia per qualcosa finito tanto male, solo un paio di mesi dopo. Giusto o non giusto, certamente è stupido. E doloroso. "Ero felice, un anno fa..." dico al mio capo, passeggiando per Oxford Street. "No, sei molto più felice adesso, non so perché tu non voglia rendertene conto. E' solo che allora non sapevi con chi avevi a che fare". La felicità vive di illusioni. E ricordarlo fa un male bestia.







