Sai che cosa me ne frega a me se stasera giocano Olanda e Portogallo. Ho un disperato bisogno di dormire. Ormai vado avanti ad una media di quattro ore di sonno per notte. Si fa per dire. Quattro ore discontinue, interrotte da pensieri, da immagini, da emozioni nuove, violente, inaspettate. E’ tutto così veloce. In questa vita parallela. Che molto mi sta dando, molto mi sta togliendo. Una vita parallela che scivola nella vita vera. Bella sensazione. Quella della confidenza che cresce, quella del rimettersi ancora una volta in gioco, quella del "mi sembra di conoscervi da tanto di quel tempo…" Fidarsi d’istinto. Chissà che cosa mi porta ogni volta a rifarlo. Forse non imparo dagli errori? Forse. Forse che tanto che cos’ho da perdere? Davanti a voi, senza filtro. Sarà il tempo a dirmi se avevo "sentito" male. E’ implacabile, il tempo, in questo. Ma questa cosa di noi tre, quattro se includiamo il piccolo angelo con gli occhi di cielo, che, nel giro di un minuto, abbiamo deciso di passare insieme niente meno che le nostre vacanze... è semplicemente strepitosa. Mi piace da matti questo pensiero. Mi sembra che sono già un passettino più avanti nella mia ricerca di pace. Nella ricerca di me. E magari esservi accanto nelle vostre, di ricerche. Nel gioire, insieme, delle piccole grandi conquiste di ogni giorno. Nel fare da punching ball per attacchi di rabbia improvvisa. Nell’ arginare, a volte, un magone che sta per esplodere. Perché non esistono grandi amicizie senza grandi dolori. Da far diventare piccoli piccoli fino a scomparire in innocui ricordi.
Dedicato ad Andrea. Per avermi fatto sentire che posso volare. Ancora.
Non riesco a dormire questa notte. Non ci sono sogni ad aspettarmi sotto le palpebre chiuse. E se non ci sono sogni che cosa dormo a fare. Guardo la luna, alta, piena, al di là della finestra immensa, incastonata tra queste mura enormi, incorniciata dal doppio arco in pietra e dai pesanti tendaggi. Un grido. Dentro di me. Ma fuori da me. Percorro i lunghi corridoi malamente illuminati da torce consumate dal tempo e dall’umidità, scendo scale dai gradini irregolari e scivolosi… passo accanto a due guardie addormentate… ma come potete dormire? miodio, ma non lo sentite anche voi? Il grido è sempre più forte… mi sto avvicinando… a chi, a che cosa… non lo so… non posso tornare indietro… sembra un incantesimo… un altro scherzo di quel vecchio mago annoiato, forse. I sotterranei. L’aria è rarefatta, pesante. Fatico a respirare. L’oscurità è quasi assoluta. Giusto questo raggio di luna che, non so come, arriva fino a qui. Una mano, dal nulla… "Balla con me. voglio sentire il tuo cuore battere. perchè appoggiato al mio...". Ballarono tutta la notte. Ness… "STOOOOOOOOOOOOOOOP! Fermi, fermi tutti! francesca, tesoro… va bene che tu sei una principessa… rinnegata, se vogliamo dirla tutta… va bene che hai fatto venire un esaurimento nervoso alla costumista perché al posto delle scarpette di raso hai voluto gli anfibi, slacciati per giunta… va bene che il parrucchiere se ne è andato perché tu "no, il diadema no, io voglio le mie ciocche rosso fuoco"… va bene anche che nelle scene dei banchetti tu nel calice ci vuoi il jack e non il vino… ma non puoi iniziare con i verbi al presente e passare al passato così, di punto in bianco… c’è uno stramaledetto copione che dovresti seguire!" "Questa è la mia favola… e questo è il mio castello… io sono la principessa e faccio tutto quello che mi pare…". Dicevamo…. Ballarono tutta la notte. Nessuno spazio tra i loro corpi. Nessuno spazio per la paura. Occhi incatenati. Mani. Respiri. Unghie. Battiti. Brividi. Ancora respiri. E silenzio. Sotto pelle. Via da qui. Portami via da qui. Labbra. Morsi. Placami. Il battito sovrasta l’urlo. Il pensiero è sospeso, non serve, non aggiunge. Senza controllo. Ti prego. Il raggio di luna, sigillo dorato, che abbraccia l’abbraccio.
Nel lontano regno di Splinder, nascosto da una coltre di sogni, di incubi, di musica e poesia, sorgeva un castello incantato. Narra la leggenda che, nelle notti di luna piena, un grido si levasse dal buio a squarciare le anime inquiete. Un grido di morte, un grido di vita. Il grido di un uomo. Si sussurra che vivesse nascosto nelle segrete. Ma del castello era l’indiscusso re.
http://precipitandosivola.splinder.it/
Sono uscita di casa stamattina che avevo un presentimento fortissimo. Ho guidato piano apposta. Non ho superato tutti come faccio sempre. Ho tirato un sospiro di sollievo quando da lontano ho visto scendere la sbarra del passaggio a livello. Superstrada a 90 km orari secchi. Non devo arrivare al semaforo di viale elvezia prima delle nove, non voglio, non posso. Nove meno cinque. Lo sapevo. Guardo nello specchietto. Eccolo lì, Stefano. Sul suo scooter, che sbraita come un matto contro l’autista di un furgone giallo che deve avergli tagliato la strada. Lo sapevo. Smette di strillare e di prendere a manate il furgone. Passa di fianco alla mia macchina. E scompare nel traffico. Non riesco nemmeno a muovermi. E tremo, cazzo. E non ci posso fare niente. Non è possibile. Sono passati sei fottutissimi mesi. Questa non me la perdono.
Camogli, 21 giugno. Io vado a vento. Come un mulino. Come una girandola. Come un veliero. Sono un capitano, del resto. Gli scogli. Il mare mosso. E il vento, il mio vento. Il pensiero è immobile. Vorrebbe, ma proprio non ce la fa ad abbracciare tutto questo. Allunga le mani, le braccia tese, si arrampica, cerca la fine… per poi tornare, sconfitto, al suo posto. Immobile. Insieme a me. Respiro piano e profondo. Sento il mio sangue diventare di un rosso più acceso, più vivo. Sento gli occhi lacrimare per la luce intensa… ma non fa niente… non mi sono nemmeno truccata questa mattina da tanta che era la voglia di correre qui. Sento la pelle fresca e tesa. Alcuni bambini giocano sulla terrazza. Ogni tanto il pallone oltrepassa il muretto e finisce sulla spiaggia di sotto…. Scusi, SCUSI, signore, ci tira la palla, perpiacere? E il pallone vede sfumare il suo ennesimo tentativo di fuga verso il mare aperto. E questo ristorante? Devo averci festeggiato un San Valentino, qualche anno fa. Sì, eravamo seduti a quel tavolo. C’è una coppia, adesso, alle prese con una montagna di cozze. Li guardo e sorrido. Buona fortuna, ragazzi… Individuo la panchina perfetta. Un libro da finire, insieme a questo strepitoso frappé all’amarena. Un grande nuvolone nero compare all’improvviso. Inizia a cadere qualche goccia. Sulle ultime pagine, sulle lenti degli occhiali da sole. Ma il vento c’è ancora. Ad abbracciarmi, ad accarezzarmi… come un invisibile, dolcissimo amante.
Genova, 20 giugno. Stadio Ferraris. Tribuna, settore 3, fila 24, posto 5. Ma che razza di gente c’è qui stasera?! Svegli!!! Questo è Vasco… Vasco Rossi, mica il concerto in re maggiore per chitarra e archi di Vivaldi, che potete starvene seduti così, inermi, assenti e inebetiti! Ohhh!!!! Non sapete a memoria tutti i testi dell’ultimo album? va bene, ci può stare, ma almeno i ritornelli… presente la canzoncina dello spot vodafone è tutto intorno a te?! Ecco, almeno quella potete anche fare lo sforzo di canticchiarla, no? Ma vi rendete conto, sì o no, che state rubando il posto a qualcuno che si sarebbe venduto anche la mamma pur di essere qui stasera? Datemi un secchio d’acqua, santocielosanto, chissamai che si scompongano un minimo! Ma lo sentite che tiro ha stasera, lo sentite? A San Siro, domenica scorsa, non lo abbiamo lasciato da solo un attimo, Vasco. Abbiamo cantato tutta Bollicine da soli, dopo le prime due note… in 80000… con lui che passeggiava divertito, avanti e indietro, sul palco. E questi sarebbero accendini? Ragazzi, questa è Vivere… lasciamo stare che io sono psicolabile e quindi tutte le santissime volte che la sento faccio fuori due pacchetti di kleenex, ma questa canzone farebbe venire la pelle d’oca anche a un sasso morto… e qui l’accendino ce lo dovete avere anche se non avete mai toccato una sigaretta nella vostra vita! Ultima pausa prima del finale. Che è vero che i bis sono la prassi, ma il rito prevede adeguati cori di richiesta.. aléaléaléalévascoooovascoooo…. Niente. Un silenzio imbarazzante. Vasco, visibilmente deluso, lo dice… noi ce ne andiamo anche, eh… Vai Vasco. Questa città non ti merita, questo è poco ma sicuro. L’intro di Canzone. Un giro di piano che è puro sogno. Una sensazione che diventa pensiero. Che cosa non farei perchè tu fossi qui. Adesso. Vederti comparire dal niente, come per magia. Lo sentirei che sei tu, sai? Senza parole.
Ho un amico, un jazzista, un suonatore di tromba, davvero fantastico…. vado a sentirlo quasi ogni mese… suona un pezzo che mi fa impazzire, una vecchia canzone di Jeff Baker… soffia le stesse note ogni volta e ogni volta sembrano diverse. Una notte bevemmo qualcosa, quando ci davo giù col bere, e cercai di dirgli quello che la canzone mi ispirava, quello che la musica mi ispirava, insieme al suo modo si suonare. Lui si limitò a scuotere la testa e a dire “joan, non si può parlare di musica… parlare di musica è come ballare sull’architettura”. E io dissi “beh, allora, sei fai il filosofico con me, non serve parlare di tante altre cose, l’amore, per dire…”. Il mio amico rise e disse “esatto, più che esatto: parlare dell’amore è come ballare sull’architettura…”.
Sai, non lo so… magari ha ragione… ma questo non mi impedirà di provarci.
da Playing by Heart, regia di W. Carroll 1998
E no, caro il mio Sovraesposizione, non incasso così il tuo commento sul gruppo d’ascolto nel mio post di ieri.
Non ci sto a fare la parte di quella che lascia passare distrattamente parole, segnali, situazioni.
E che, etichettata come donna “accannatadalloggialdomanisenzaunmotivovalido”, si crogiuola nella più nera disperazione. Faccio quindi valere il mio diritto di replica.
Io ascolto, sempre e voracemente, ogni sfumatura di quello che vivo soprattutto se ho il sospetto che si possa trattare di amore. Certo che il motivo c’è. C’è sempre. Più d’uno. Da entrambe le parti. La cosa straziante è lo schianto finale. Quando ti accorgi che non c’è più niente che tu possa dire o fare per tornare indietro, per ricominciare. E’ la disfatta, il fallimento di un progetto, l’inutilità di piccoli e grandi compromessi. E dopo lo schianto, come una farfalla impazzita, inizi a sbattere tra un muro e l’altro, giorno dopo giorno, ma soprattutto notte dopo notte. Dividi il tuo bel foglio in due colonne e provi a mettere nero su bianco come stavano davvero le cose. E’ un passaggio obbligato. C’erano le litigate, i pianti irrefrenabili, il sospetto cieco, gli sms da/a tizia e sempronia che adesso voglio proprio vedere che cazzo si inventa stavolta, le scenate, i silenzi e le occhiate di rancore, di risentimento, di disapprovazione. C’erano decine di serate sprecate a guardare film idioti insieme ai suoi amici mangiando la pizza nel cartone. C’era il rendersi conto che venivo dopo gli amici, le amiche, la musica, la ginnastica e i cani. C’era il mio nome che non ce l’ha voluto mettere tra le dediche del disco. E le domande che restavano lì, nell’ombra, latenti… ma questo è il tipo di vita che davvero desidero? A quanta parte di me dovrò rinunciare? Mi ero illusa di poter essere finalmente me stessa… e invece incombono le prime richieste di cambiamento… ci risiamo. Ma. Fottutissimo ma. C’erano i silenzi belli, di pace, di perfezione. C’erano le risate, i discorsi, i codici segreti e le piccole intese. C’erano le ninnenanne improvvisate nel cuore della notte. C’erano le cenette con le candele e tutto il resto. C’era che tra le lenzuola perdevo completamente il senso dello spazio e del tempo ed era puro volare, come mai prima nella mia vita. C’era che mi veniva terribilmente facile immaginare un cucciolo con i miei occhi e la sua r a forma di v. C’era. Non ci sono sentenze da sputare. Né veleno. Il veleno è solo quello che hai disperatamente desiderato bere, a litri, a grandi sorsate. Fino al giorno in cui apri gli occhi e ti sembra tutto leggermente più sopportabile. Piano, piano, piano.
- Come overbooking su Malpensa? Senta, sia gentile… ho prenotato tre settimane fa. Sì, ok, Roma è proprio carina. Ma sono qui da martedì e mi è bastato, davvero. Alle 20.30 in punto vorrei infilarmi il pigiama, le ciabatte e accoccolarmi sotto le coperte. Dice che ce la faccio?
- Tra dieci minuti esatti, le diciamo se può prendere questo volo oppure il successivo, quello delle 19.05.
E poi si stupiscono che sono sul’orlo del fallimento… per forza… lo penso, ma non lo dico.. mica che lo prende come un fatto personale e mi lascia a terra…
- Prego, signori, siete tutti accettati, completiamo le operazioni di check in.
- Potrei avere il finestrino, percortesia?
Dall’occhiata che mi lancia sembra che abbia chiesto se posso pilotare io… chepppalle. Io devo scrivere. Odio avere due individui ai lati, probabilmente sudaticci (sui voli di ritorno le probabilità aumentano vertiginosamente) che sbirciano il mio monitor. Perfetto. Posto centrale. Il tizio a destra è anche parecchio voluminoso e invade il mio spazio vitale con quell’avambraccio bianco e gonfio. Il tizio a sinistra è più sopportabile. La giacca non c’entra molto con questi pantaloni ma, in fin dei conti, è domenica anche per lui. Ok. Biscotti o salatini? Niente grazie. Acqua, naturale, perfavore. Può dire all’autista di andare un po’ più veloce? grazie… Accidenti… vuoto d’aria. Morsa allo stomaco. La tua faccia a esplodermi nel cervello, con la stessa inattesa violenza. Vattene. Subito. Hai perso da un pezzo il diritto anche solo allo stato di pensiero. Se non fosse che poi mi tocca sperimentare la maschera ad ossigeno (che funziona anche se il sacchetto non si gonfia, almeno così dicono all’inizio), aprirei il finestrino e ti scaraventerei fuori. Tu e il tuo bel bagaglio a mano di frasi fatte, di promesse e di bugie. “Ieri, oggi, domani”. Spiritoso, molto spiritoso. Maddove? Che il giorno prima mi amavi, che i problemi si superano insieme, che sai, dicevi, se tutto va bene magari l’estate prossima si potrebbe anche prendere in considerazione di andare a vivere insieme. E che il giorno dopo tutte queste cose non esistevano più. Io non esistevo più. Bisogna pensare prima di parlare, bisogna pensare prima di scrivere… si scrive per esprimere dei sentimenti, delle idee, dei sogni… non per rileggersi e dirsi compaciuti “come scrivo bene”… perché “anche un’anima può farsi male, scheggiarsi, rovinarsi, rompersi, se uno, non accorgendosi che c’è, dato che non tutti sanno riconoscere le anime, ci sale sopra coi piedi”.
- Signorina… mi scusi… va tutto bene? Mi chiede il tizio con la giacca che non c’entra con i pantaloni.
- Come? … sì… tutto bene… sono solo un po’ stanca… grazie…
La gente non si abitua mai alle lacrime, chissà perché. O forse uno dovrebbe sapersi controllare e piangere soltanto in privato.
- Avvertiamo i signori passeggeri che abbiamo iniziato la discesa sull’aereoporto di Milano Malpensa, dove atterreremo tra venti minuti. Il tempo a Milano è sereno, la temperatura è di 22 gradi.
Meno male. Che almeno il tempo è sereno. Beato lui.
Roma, 4 giugno. L’ascensore dell’hotel si è bloccato, tra il piano terra e il primo piano, con me dentro. Da sola. La luce si è spenta e si è accesa quella d’emergenza, un rettangolino di tre centimetri per due, sulla pulsantiera… così vedi dov’è il tasto dell’allarme. Lo premo… o meglio, mi ci attacco che magari si sente di più… scatta quell’odioso suono cui è delegata la funzione di avvertire il mondo esterno che un essere umano in procinto di avere una crisi di nervi desidera essere tirato fuori da lì, il più velocemente possibile. Penso, ecco, lo sapevo, questo è un attentato.. (Bush è in visita qui, nda).. proprio adesso che mancava mezzo piano, cazzo. Rischiaccio l’allarme… una voce da fuori mi dice “un momento di pazienza…” …sì, va bene… paziento ma datevi una mossa, eh? che qui inizia a fare caldo… e mi si scioglie il trucco… e se succede come nei film che la cabina cede e precipita sul fondo? sì, ok, sono a mezzo piano dalla reception… ma magari ci sono le cantine, la caldaia, la lavanderia, le segrete dieci piani sotto… e mi ritrovano spatasciata in un angolino… quanto mancherà prima che finisca l’ossigeno, qui dentro? mi sento avvampare.. rallento il respiro… si sa mai… proprio oggi, che sono anche in ritardo… si apre la porta. Un tizio mi sorride imbarazzato… scusi, buonagiornata… mi trattengo dal rispondere “non che sia iniziata proprio benissimo…” ma l’occhiata sostituisce egregiamente le parole. E’ incredibile quanto poco (mi) basti per avere paura.
A wosiris, con incondizionato affetto.
Il fascino del castello risiede nel fatto che qui ci abitano in sessantamila, tra dame e cavalieri, giullari e menestrelli, guardie e servitù… senza contare i coccodrilli del fossato. il castello è maestoso, imponente. può crollare una stanza, o due, o tre.. forse dieci o più… ma presto ne verranno costruite altre, di stanze… nuove, splendenti, arredate con mobili intarsiati da abili artigiani, decorate con affreschi di rara bellezza, vestite di preziosi arazzi dai mille colori… alcune sono silenziose, decadenti… in altre la musica è assordante, coinvolgente, ipnotica… in altre ancora regnano il sussurro, la rabbia, la follia… dove sei tu, ora?…ti rincorro, in questo labirinto di forme e di colori… dove sei?.. e sento la mia voce disperdersi in corridoi che sembrano non finire mai… rimbalzare tra questi specchi incorniciati d’oro… infilarsi nelle fessure di passaggi segreti dimenticati… tra il tempo che si dilata e si comprime forte… a strapparmi dal nulla del vero… a scaraventarmi in un tutto sospeso tra realtà e bugia… dove sei?… trovarmi… trovarti… e dirti quello che sono attraverso il come vorrei … nuvola di cipria bianca a rendere evanescente il mio viso… ascoltami…. c’è una festa in maschera, nella sala grande questa sera… qui ci vuole il vestito nero, quello con lo scollo a scialle, il mio preferito… dove sei?…frammenti di vita… ti ascolto… e lascio che sia… molto più di quanto non sia disposta a fare fuori da qui…. sto bene, tra queste parole… a trovare un brivido che è preciso preciso il mio… ma io non c’ero riuscita a dirlo così bene… una sorta di gratitudine… di vicinanza di vecchi amici che basta uno sguardo per ritrovarsi…. dove sei?… e ti guardo negli occhi che, anche se non li ho mai visti, lo so che sono belli… click.
scena I. ciak.. sono da un vecchio antiquario, in quella vietta sperduta che pochi conoscono. curioso, rapita tra gli scaffali impolverati girovagando con lo sguardo tra mille libri di ieri ...e questo? che bello... un volume rilegato in pelle con i profili dorati... interessante... sarà il carattere... il profumo.... lo spessore della carta un po' consumata sui bordi... l'inchiostro in rilievo...
scena II. ciak... devo passare al super a prendere due cose... passo davanti allo scaffale dei best sellers dove campeggia un volume, il volume, lo stesso che ho trovato dall'antiquario.....non c'è la polvere qui... ma il libro è proprio lo stesso, accidenti... più di una persona lo butta nel carrello, insieme al latte, ai ravioli e alla candeggina....
è anche scontato del 15%... ma tu guarda... e dire che per un attimo ho pensato di aver scovato qualcosa di raro... e invece era solo il solito autoruccolo da grande distribuzione che gioca a scarabeo incrociando qualche parolina ricercata per balzare ai primi posti delle vendite...
scena III. ciak... Harlock è estremamente selettiva ed esigente… concede e riceve solo in esclusiva. il resto è fuffa.
Cena di lavoro. Sì, la mia ha nove anni… se gioca già a golf? no, non ancora….ah, lei vive per il suo pony. Guai, il suo pony. Fa le gare. Si alza alle cinque tutti i weekend… sveglia il cavallo, lo prepara, rimuove la carta stagnola dalle trecce con cui è stata acconciata la criniera la sera prima, operazione necessaria perché altrimenti durante il sonno si sciuperebbero (ma i cavalli mica dormono in piedi? nda). Poi si veste e va alla gara, che dura esattamente un minuto e mezzo e che vince regolarmente… sapete, è considerata una promessa dell’equitazione… di questo passo, a sedici anni va alle olimpiadi. E non mi venite a dire che il golf è uno sport caro, eh! Voi non avete idea di quanto costi l’equitazione! Per partecipare ad un torneo di golf, bastano 20 euro di iscrizione… voi avete idea di quanto costi l’equitazione? oltre al costo vivo del pony – che se si sloga una caviglia, non può più saltare e va ricomprato - sono 500 euro al mese di vitto e alloggio, poi c’è il veterinario, le bardature, l’abbigliamento della bambina…cap, controcap, stivali, pantaloni, poi la giacchetta… vi assicuro, una giacca di caraceni è più conveniente… poi vai alla gara… tra l’iscrizione, il filmato - 60 euro per un minuto e mezzo di ripresa (credo che la realizzazione di The day after tomorrow sia costata qualcosa meno, nda) – del resto mica puoi dire no alla videocassetta… la foto, che se cogli il salto, devi proprio averla e, a volte, riescono a farne anche due scatti per gara! Insomma, vanno via una media di 100 euro a gara, due gare a weekend, tutti i weekend… alla fine sono quasi 20000 euro all’anno…ma le piace così tanto… e poi i cavalli puzzano terribilmente, e ogni cosa che viene a contatto con loro si impregna di quell’odore… non vi dico.. la cameriera, il lunedì, diventa matta…
Faccio un silenzioso e accorato appello alle forze cosmiche per fare in modo che l’espressione del mio viso, da circa tre ore impostata su “interessata, compiaciuta e divertita” (alcune tra le scelte disponibili nel menu “business”) non shifti, attraverso il menu “francesca”, in “disgustata, annoiata, non vedo l’ora di andarmene”.
Lentamente sposto la mia attenzione sulle parole che un mio collega rivolge al tizio alla sua sinistra che, per inciso, fino a due minuti prima dissertava circa la qualità dei diversi green sparsi sul pianeta. Non si può… qui tutto aumenta e gli stipendi sono sempre gli stessi… si figuri che settimana scorsa abbiamo portato i bambini alla festa dell’asilo… sa, una semplice pizzata tutti insieme… glielo giuro, una pizza, una coca e un gelatino… 10 euro a bambino..ma si rende conto… 10 euro per una pizza, una coca e un gelatino!