Benvenuti nel mio Castello

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† editto del regno

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† innocenti vanità

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† sentinelle del castello



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venerdì, 30 luglio 2004

 

Vorrei riuscire a scaraventarli al di là del monitor. I colori. L’atmosfera. I respiri. La colonna sonora. Le sfumature delle voci. Il sapore delle lacrime. E i brividi. Che mi attraversano ogni volta che guardo questo film. Ogni volta che vado avanti con il telecomando a cercare queste scene. Dove il nastro è ormai consumato. A vivere Joan e Keenan. Magistralmente interpretati da Angelina Jolie e Ryan Phillippe.

 

Nel corso degli anni, ho prestato la videocassetta di questo film a tutte le persone a cui voglio bene. Sono sempre molto curiosa di vedere come gli altri sentono qualcosa che per me è stato travolgente. Se restano indifferenti. Se si emozionano. Se ascoltano. Se entrano.

"Allora, papà… ti è piaciuto?"

"Sì, bello! ho capito anche perché a te piace così tanto…"

"E perché…?!"

"Perché tu sei come lei…. Joan… sei te"

 

Automobile ferma. Sotto una pioggia torrenziale.

 

K. Ho voluto dirtelo perché per la prima volta dopo tanto tempo vorrei che le cose fossero diverse…

J. Lo possono essere…

K. No, non possono…

J. Ma non significa che non puoi amare!

K. Significa esattamente questo, non significa nient’altro.

J. Non posso credere che non puoi amare.

K. Non posso!

J. Smettila di dire così…

K. È la sola cosa che posso dire per farti capire. Potrà sembrarti scontato, ma non vado bene per te. Sono merce avariata.

J. Dai… perpiacere… siamo tutti merce avariata… io sto vagabondando nella vita senza quasi un proposito, uno scopo… non so quello che faccio la metà delle volte. Ma so che posso amare. So che posso amare te.

K. Non ti permetterò di amarmi…

J. Perché…?

K. Perché… perchè io ti amo…

J. Tu mi ami?

K. Devo andare….

J. No!!! sai quanto ho aspettato che qualcuno a cui tenessi mi dicesse di amarmi e che io gli credessi veramente? Se pensi di scendere da questa macchina sei pazzo!!!

K. Non funzionerà mai…

J. Sta già funzionando… funziona….

K. Credevo che tu non piangessi…

J. Ed io che tu non dessi appuntamenti… sorpresa! sto piangendo e questo è un vero appuntamento… non convenzionale forse… ma è il migliore che io abbia mai avuto….

K. Devo andare….

J. No…. no…

 

A casa di Joan. Joan al telefono con sua sorella.

 

J. Chi… Keenan? no, fidati non avrò più sue notizie… cos’è una domanda retorica perché la mia vita è così complicata? Cavolo, non lo so! perché cazzo la tua vita è così semplice? Aspetta… bussano alla porta…. non lo so se non vado a vedere…. sì, chiederò chi è…

 

J. Ciao….

K. Ciao…

J. Sono al telefono… metto giù subito, d’accordo? …sondaggi… sono diabolici a convincerti a parlare…

K. Non posso smettere di pensare a te

J. Adoro le conversazioni che cominciano con lui che dice non posso smettere di pensare a te…. io però non ho mai ricevuto questa dichiarazione ma mi piace tantissimo!

K. Mi basta guardarti per essere felice….

J. Devo sedermi

K. Quando siamo insieme, che io lo dimostri o no, non vedo l’ora di sentire quello che ti uscirà dalla bocca. Ma adesso devo chiederti di fare una cosa per me…

J. Qualunque cosa

K. Sta zitta. Solo per un momento. Ho riflettuto su quello che hai detto ieri sera. Non ho idea del perché tu sia così inarrestabile, soprattutto dopo l’arsenale di difese che ti ho lanciato contro ma… per quanto io abbia tentato di bloccare tutto quello che hai detto…. il messaggio è stato ricevuto… in un posto dentro di me che credevo morto…. ma non lo è… e quel posto dentro di me è vivo e vegeto. Non posso farti nessuna promessa. Ma vorrei provare a stare insieme a te. Non sarà facile ma vorrei provarci.

J. Posso dire una cosa? Hai ragione, non sarà facile ma….ma… non fa niente…

K. Che cosa ho fatto per meritarti?

J. Di solito questa frase mi viene urlata da uno che se ne va sbattendo la porta… non da uno davanti a me che resta…. è un bel cambiamento…

 

Da Playing by Heart, di W. Carroll (1998)

 

 

sabato, 24 luglio 2004

 

Io vado matta per il miele.

Intingerci un angolo dei biscotti.

Sul divano mentre guardo un film.

Direttamente nel vasetto di vetro.

Il miele non si solleva, non si separa. E’ un gesto innaturale.

Nel miele ci si tuffa. Nel miele si entra. Si gioca. Si sguazza.

Io adoro il miele.

Sciolto nel latte caldo. D’inverno.

La tazza appoggiata sul comodino.

L’aroma caldo e rassicurante.

Raccogliere con il cucchiaino quello che rimane sul fondo.

Che poi chiudo il libro, spengo la luce e dormo.

Io impazzisco per il miele.

Mi piace sul pane.

Non quello a fette, meglio il francesino.

Che fa così merenda dopo un pomeriggio di gioco.

Magari con un velo di burro nel mezzo.

Che le cose o si fanno bene o non si fanno.

Io amo il miele.

Nelle confezioni piccole, rotonde, monodose.

Che una volta c’erano solo negli alberghi.

Un piacere concentrato, un invito irresistibile.

Pucciarci la lingua. Non c’è altro modo.

E sentire sulle labbra le mille sfumature del dolce.

Mi piace tutto del miele.

Il colore. Cangiante. Armonico. Perfetto.

La temperatura. Mite. Dolce. Pura.

La consistenza. Fluida. Ribelle. Maestosa.

Come appiccicoso? Il miele non è appiccicoso!

Il miele è affettuoso, capriccioso. Il miele è ruffiano.

Non ti viene da lavarlo via. Ti viene da leccarlo. Golosa!

 

venerdì, 23 luglio 2004

 

Peso. Degli sguardi di risentimento e di disprezzo. Odio. I silenzi che durano giorni e le gelide cene dove l’unico suono è quello delle posate nervose sui piatti. Insofferenza. La competizione per il comando. L’assenza di unione. La gelosia dell’affetto. Tensione. Che è sempre tutto grave. E che sui perché non ci si sofferma mai. Aspettative. Che dobbiamo essere le più brave della classe. Che possiamo fare di più. Che possiamo essere perfette. Che noi al saggio di fine anno suoniamo anche il pezzo solista. Che noi siamo diverse dai bambini che giocano giù in piazzetta, abbandonati a loro stessi da genitori scriteriati e menefreghisti. Che ogni cosa là fuori è un pericolo pronto a risucchiarci e a portarci via. Le urla no, invece. Quelle sì che ci fanno bene. Urla di rancore. Di rabbia. Di vite troppo giovani per sopportare pesi così grandi. Odio. Il rumore della porta del corridoio che sbatte. Del vetro che trema e che un giorno di questi andrà in mille pezzi. Ma è sera e posso andare a letto. Tiro su le coperte sopra la testa e torna il silenzio. Tra una battaglia e l’altra. Mi strofino forte i pugni sulle palpebre chiuse. Che così compaiono tanti colori che si muovono. Che ruotano. Che si rincorrono. Fino a che non mi addormento. Il mio caleidoscopio segreto della buonanotte.

 

mercoledì, 21 luglio 2004

 

Bello questo locale. Un po’ rock, un po’ metal, un po’ dark. Un vissuto bancone in legno tutto da leggere. Sulla parete in fondo, un grottesco murales. Una danza macabra mascherata da ultima cena. I tavoli invasi da immensi taglieri di pizza. E i boccali di birra confinati agli angoli, che adesso quale sarà il mio…  "ma come è amara questa birra!" "per forza è la mia Guinness, è da dieci minuti che la stai bevendo!" Ci sono le facce che piacciono a me. Diverse da quelle, tutte uguali, che sbucano da magliette con cuori e margherite stilizzate. Ci sono tatuaggi che trasudano storie. Di piccole ribellioni. Di amori. Di errori. Tanti modi diversi di dire io ero, io sono, io sarò. Peccato per questo schifo di bagno. La puzza che chiude la gola. Le due finestre aperte là in alto sono troppo piccole per far circolare l’aria, ma le zanzare quelle sì che entrano, a fiotti. I muri imbrattati di scritte. Le turche dietro a pesanti porte metalliche. I lavandini sporchi, niente sapone, niente specchi, niente carta per asciugarsi le mani. Nessun piano di appoggio. Ok, solo una controllata veloce al viola sugli occhi. Mi tuffo nella borsa alla ricerca degli “attrezzi del mestiere”. La porta si apre di colpo. Sobbalzo. "Cosa c’è?" "No, niente… è che ero di là, stavo parlando con loro, non mi ero accorto che tu ti fossi alzata… quando ho realizzato che non c’eri, ho chiesto ma dov’è francesca? Come in bagno…? c’ero appena stato e avevo visto che le porte non avevano la chiave… sì, insomma, non mi piaceva per niente che tu fossi qui da sola. Solo questo…". Piccole cose immense.

 

  

giovedì, 15 luglio 2004

 

Lavo i denti, avvolta nell’accappatoio bianco lungo, uno dei tanti della mia collezione "hotel europei, ovvero finché non mi beccano", i capelli tirati indietro dalla fascia di spugna. Il flacone dell’ammorbidente è quasi vuoto e non svolge come dovrebbe la sua consueta funzione di fermaporta. Che quindi rimane un po’ aperta e un po’ no. Con la coda dell’occhio, ti vedo camminare in giro per casa… o è più un trascinarti ovattato… a lottare contro questo mal di testa alcolico, amplificato da un sonno troppo breve… attraverso un collaudato mix, per me inspiegabile, di sigarette, aulin e caffè. Che a chiamarlo caffè, poi, ce ne vuole di coraggio! Respiro. Ascolto. Assaporo. E sento che sto bene. Sento che c’entri. Tra le mie stanze. Tra le mie lenzuola. Tra i miei libri. Tra le mie foto. Che mi fai venire voglia di essere vera. C’è calma, nell’aria. E stupore lieve. Mi diverte guardarti mentre ti spalmi quei due etti e mezzo di gel tra i capelli, costringendoli ad una immobilità di almeno venti ore con uno studiatissimo colpo di phon. Il mal di testa è passato. Adesso ci serve un caffè vero, magari doppio. Certamente non di orzo. E magari una brioche, con la marmellata o con le mele, che ti porto in un posto che così buone non le hai mai mangiate. Ma che bello che sei quando sorridi!

 

 

mercoledì, 07 luglio 2004

 

 

Bambole

che confondono l’euforia con la felicità

che sbranano momenti rendendoli unici

che bevono vite e storie e favole

Bambole

che non trattengono la fragilità

che conservano frammenti come cimeli preziosi

che dormono avvolte da petali di rose rosse

Bambole

che leggono libri blu ma non si ricordano l’autore

che si accorgono che qualcosa non va da una virgola di un sms

che meritano ciò che vogliono e che il contrario è terribilmente più difficile

Bambole

che si fanno male e poi bene e poi ancora male

che sgommano al semaforo perché è così divertente irresistibile stupido

che creano coraggio dal nulla e lo usano lo urlano e lo ricreano ancora finché serve

Bambole

che abbracciano il cuscino forte per non sentirsi sole

che si colorano i capelli gli occhi le labbra per far coincidere il dentro con il fuori

che hanno il coltello dalla parte del manico almeno per altri cinque giorni

Bambole

che vorrebbero essere perfette ma non si impegnano mai abbastanza

che se non sono perfette è più facile giustificare un sacco di cose

l’amore che muore i sogni mancati i vuoti da colmare

 

 

giovedì, 01 luglio 2004

 

Harlock: da pirata dello spazio a pirata della strada.

 

Mercoledì 30 maggio, ore 22 circa. Scena alla Fast&Furious. In versione brianzola.

Semaforo rosso.

Davanti a me Il Pandino verde, guidato dal proverbiale vecchietto con cappello.

Io, brasata da 13 ore di ufficio, sgaso impaziente, "Relax" dei Frankies Goes to Hollywood a palla, in un attacco estemporaneo di nostalgia per gli anni ‘80. Vai Rebecca, tieniti pronta!

Semaforo verde.

Parto, accelero. Freccia, scarto, supero, rientro. Quasi. Paletta.

- Si fermi, signorina, si fermi!

Dal Menù Generale seleziono rapidamente la modalità Donna Svampita e, vista la gravità della situazione, nella versione hard "occhio spiovente+voce affranta e supplichevole".

- Ha visto che cosa ha fatto, signora.. o signorina…?

- Signorina… (ma come è possibile che ti facciano ancora una domanda del genere nel XXI secolo, io mi chiedo… ma il tono della risposta è essenziale per la buona riuscita dell’operazione) …che… che cosa ho fatto?!?!? (occhioni sbarrati, pupilla acquosa, voce tremante)

- Ha superato con la riga continua, vede… indicandomi la strada (vuoi che non sappia che c’è la riga continua, che faccio ‘sto percorso due volte al giorno da tre anni e mezzo…?)

- Come riga continua?….ma no…. è interrotta… guardi!

- Signorina… questo è il tratteggio per la svolta a sinistra…. su!

- Mi scusi… non me ne sono proprio accorta… ho guardato avanti… ho visto il tratteggio… davvero… non mi ha nemmeno sfiorata il dubbio… c’è anche la partita stasera… speravo di vedere almeno la fine…

- Ah, sì.. Olanda-Portogallo!

- Esatto! E poi, guardi, a quest’ora uno vuole solo tornare a casa… (respiro profondo per sottolineare il senso di sfinimento psico-fisico)

- Non me lo dica… sa a che ora finiamo qui stanotte? all’una!

- Ma no! Poveriniiiiiiiiii…… (tono incredulo e addolorato)

- Va bene, senta. Devo farle la multa…

- Di quanto?! …proprio adesso che dobbiamo andare in vacanza…

- 33 euro… ma non le tolgo i punti… per stavolta…

- Grazie… è proprio gentile… giusto per sapere…. ma quanti me ne avrebbe dovuti togliere?

- Due…

- Oddio!!!! (a sapere che erano solo due, mica facevo tutta ‘sta sceneggiata!)

- Buonasera signorina e, mi raccomando, faccia attenzione!

- Promesso… grazie… grazie… buonasera….