Benvenuti nel mio Castello

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† editto del regno

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† innocenti vanità

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† sentinelle del castello



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sabato, 28 agosto 2004

 

Ci sono post che nascono così. Sei lì. In mezzo ad una strada, ad un concerto, su una spiaggia, nel tuo letto. E succede. Una vibrazione, un colore, un niente. Sgorga. Che ci sono al massimo un paio di virgole da sistemare. O una frase da alleggerire. I post perfetti. E sarebbero da postare subito. Farlo il giorno seguente, a volte anche solo qualche ora dopo, è un piccolo delitto. Un po’ come una pizza fumante che quando arriva a casa è tiepida e la mozzarella ha già smesso di essere poesia. Poi ci sono post più studiati. Questa riga va messa sopra. Copia. Incolla. Questa parola è troppo lunga. L’idea è bella. La forma rasenta la perfezione. Ma postarli oggi o tra un mese non fa una grande differenza. Si tratta di semplici esercizi di stile. A volte, invece,  succede che un post perfetto scivoli in un esercizio di stile. Perché cambia il battito da cui è nato. Perché si è trasformato o è stato sostituito. O perché muore. Come quando un attimo prima dicevi “ti amo” e ti sembrava la cosa più naturale del mondo. E un attimo dopo non ti viene più. Uguale. E’ doloroso uguale.

 

***

 

La scogliera è sempre la stessa. Abbarbicata da giorni. Poco prima del tramonto, fino a che non mi si chiudono gli occhi. Che se non fossi un essere umano - il dubbio è lecito visto che fatico a rivolgere la parola a qualsiasi persona che transita nella mia orbita - ci sarebbe da chiedersi se non sono un mollusco, che so, una cozza, una vongola o un riccio di mare. Qui sotto decine di bottiglie vuote. Di birra. Un Bacardi Breezer (Mr. Pol, alla tua salute!). Alcune miracolosamente integre dopo un volo di almeno tre metri. In cocci le altre. Le carte dei gelati. Cucciolone, Cornetto. Praticamente un monopolio diabetico. Che se prendo i responsabili di ‘sto scempio, glieli faccio mangiare i loro rifiuti. Mozziconi. Bicchieri di carta. E pacchetti di sigarette, vuoti, accartocciati. Un gioco. Di quelli miei, di quelli stupidi. Che faccio da quando ero piccola. E che dovrei decidermi a non fare più a 33 anni e 5/6. Se ci sono anche quelle vuol dire che oggi mi ha pensata, solo per un attimo. Marlboro. Più d’uno. Chesterfield. Camel. MS. E Diana. Non sono rosse. Non sono morbide. Ma magari valgono lo stesso. Magari valgono mezzo attimo. Pimpiripettenuse.

 

(Nato come Post Perfetto il 18 agosto, ore 22.10. Vissuto come Esercizio di Stile.)

 

***

 

letto e riletto. e letto di nuovo. sul telefonino. lunedì sera che è quasi mezzanotte. a casa da sola. le prime due parole. E tremo. menù, più, invio. per visualizzare la pagina seguente. quel E tremo è già dentro. da una cerbottana nel buio. un ago avvelenato dritto al cuore. male male MALE. non è un post come gli altri. lo so. lo sento. dovrei scaraventarlo contro questo stramaledetto muro questo ancor più stramaledetto telefonino. muro BIANCO. dove danzano impazzite decine di minuscole farfalline in cerca di luce. carica… carica… carica… attendere… attendere… carica… seconda pagina. me la sento. la vedo, la tocco quella tensione. che diventa mia. chiude la gola. serra le labbra. basta basta perfavore BASTA. conosco quel battito accelerato. Ho tentato di scriverti, piccola. piccola chi? piccola dove? piccola quando? eccola qui la tua vita reale. esplodere davanti ai miei occhi. vita reale. che hai scelto. che stai vivendo. deve essere bella. deve essere speciale. per farti sentire così. Ti amo. non su un foglio perdio. con la tua VOCE che trema. con i tuoi OCCHI che tremano. nei suoi. e quel caffè che torna sempre. a firmare i tuoi battiti. a colare tra i tuoi sogni. amaro.

 

(Nato come Post Perfetto il 23 agosto, ore 00.30. Vissuto come Esercizio di Stile.)

martedì, 24 agosto 2004

 

"Sai, ci siamo riusciti. Certo ci è voluto un anno ma finalmente ci siamo riusciti."

Non è gioia, quella che sento tra queste parole. E' un senso di vittoria in una sorta di gara con il mondo esterno. La bambina dalle lunghe ciglia avrà un fratellino verso la metà di marzo. Un fratellino che non ne voleva sapere di arrivare. Perché sentiva nell'aria astio e rancore e silenzi. Perché non voleva essere concepito come la soluzione di un problema. Perché non voleva essere un modo per rimandarlo ad un domani imprecisato. Perché aveva paura di nascere in autunno che se no alla mamma venivano le gambe gonfie. Perché è già abbastanza difficile venire al mondo se alla base c'è amore, stima e tutto il resto. Perché faceva strano che mamma e papà si abbracciavano solo in quei due o tre giorni al mese. Per poi trattarsi come due estranei. Perché non lo sa ancora se sarà un maschietto o una femminuccia. Perché un maschio sarebbe meglio per questioni di equilibrio familiare o simmetrie affettive. Perché voleva essere il frutto di un gesto d'amore. E non di disperazione. Che senso ha. Ditemi che senso ha.

lunedì, 23 agosto 2004

 

Occhi. Che mi osservavano lievi e attenti. A distanza. Tra i rami contorti e i fiori inquieti di un giardino non lontano da qui. Tra parole e silenzi e musica. Di un'eleganza che mi è familiare. Tra respiri notturni e atmosfere lucenti. Come falce di luna a stagliarsi nel velluto nero di un antico proscenio. Voce. Che trasforma lacrime in sorrisi. Che aiuta a riportare tutto a grandezza naturale. Che prende e si lascia prendere in giro con dolcezza e ironia. Che stempera disattenzione dove c'è brama di attenzione e cura. Che risveglia e conduce al sogno. Ali. Che avvolgono. Che scaldano. Che giocano. Che consolano. Che ci sono.

(grazie) 

martedì, 17 agosto 2004

 

"Che cos'è quello?" mi domanda un piccolo angelo biondo che assiste per la prima volta a quel meraviglioso spettacolo che è il mare di notte. "Sono scogli, tesoro." "E a che cosa servono?" A che cosa servono gli scogli. Questa sì che è una domanda. "A dire alle onde che è il momento di fermarsi. A questo servono." Gli scogli sono il capolinea del mare. L'energia che si frantuma. La corsa che si spezza. I sogni che vengono scaraventati al largo. Un attimo dopo aver gridato "Terra!". I sogni, con la loro schiuma bianca a proteggerli dall'impatto con la vita. I più temerari illuminati dal sole del giorno. In una inarrestabile gimcana tra surf colorati e bambini urlanti. Lo schianto che esplode nei mille colori dell'acqua. In un crescendo in Sol maggiore. Altri aspettano il buio. I più dolci, i più inconfessabili. Ci sono anche i miei, lì in mezzo, da qualche parte. Avvolti nella luce discreta della luna. Per non essere visti. A prendere coraggio dal pulsare delle stelle. Nel loro faticoso approdo. O nella loro disfatta. I resti di un falò sulla spiaggia. Accordi di chitarra e cori stonati portati via dal vento. Per lasciare posto a questo Notturno in Fa diesis minore.

 

giovedì, 12 agosto 2004

 

Seduta sul muretto della scalinata che arriva giù alla spiaggia, in mezzo agli scogli su cui oggi si infrangono queste onde strafottenti. O disperate. Le ginocchia raccolte al petto. La testa tra le mani. Oggi è così. Non ho voglia di tirarmi in piedi. Vado sotto e non oppongo resistenza. Giù. Acqua e sale. Buffo. Onde e lacrime sono fatte uguali. Una voce alle mie spalle.
- Signorina, su con il morale. Deve farlo. È importante. E’ difficile, lo so.
Mi giro ad incrociare un paio di occhi neri segnati dal tempo. Tristi. Forti. Una maglia nera all’uncinetto ad incorniciare spalle stanche e orgogliose.
- Io sono rimasta vedova da poco. Da due anni. Che ho anche rischiato di cadere nella depressione, sa? Ma alla fine ho reagito. Oggi è il quarto rosario che dico. E’ da sola?
- No… sono qui con due amiche. Adesso sono giù in spiaggia. Arriveranno a momenti.
- Lei crede in Dio, signorina?
- Non molto, direi…
- Deve crederci, sa! Ci creda tanto. Che l’aiuta.
- Me la dica lei una preghiera per me, allora…
- Sì, sì. Adesso il prossimo rosario lo dico per lei. E poi, sa, io sono sola con quella ragazza là… mia figlia.
La ragazza si alza e ci viene incontro. Il passo incerto sorretto da due gambe sfortunate. E le braccia, fisse in quella rigidezza inquietante a cui non mi abituo mai. E un cappellino da baseball blu con sopra la brand di un luna park della zona.
- Lei è Giuseppina. Giusi. Lo vede, signorina. Bisogna farsi forza. Stare su con il morale. Sempre. Possiamo stare qui ancora un pochino a farle compagnia. Non è tardi. Se vuole, quando arrivano le sue amiche, potete venire a casa da me, che vi do un po’ di frutta. Pere, albicocche. Ne hanno fatte tante quest’anno, sa? che è proprio un peccato buttarle via…
Si siedono accanto a me. In silenzio. Ad abbracciarmi nella loro pace. Semplice e incondizionata. Pura.
- Andiamo ora. Se le sue amiche non fanno tardi, passate. L’ultimo cancello grigio, in fondo alla strada. A noi fa piacere. E su con il morale, signorina. Deve farlo. Lo deve a se stessa. Buona serata…
- Promesso…grazie… buona serata anche a voi.
Si allontanano di qualche passo. Giusi si volta indietro. Mi guarda e mi sorride di un sorriso che è puro calore. E mi fa ciao, con la sua mano rigida. Che lo sento che non è solo un gesto di saluto. E’ luce. E’ coraggio. Oltre tutto. Le sorrido, disarmata. E commossa. E le mando un bacio, soffiato via sul palmo della mano. Torna indietro, da me.
- Hai una penna? Ti lascio il mio numero di cellulare. Giusi, scrivi Giusi.
Le stringo le mani. Lo sento che ha capito. E la ringrazio. Con tutti gli occhi che posso.

 


















mercoledì, 04 agosto 2004

 

Quel suono di minuscoli cristalli. Che infrange il silenzio della notte. Dopo mesi. Quanti, tanti. Non credo alle mie orecchie. Fisso il display del telefono. Non credo ai miei occhi. Non rispondo. Non posso. Non voglio. Il suono smette. Respiro a fondo. Deglutisco. E ancora cristalli che si frantumano. Rispondere? Sì. No. Sì.

 

- Sì.

 

- Pronto? francesca? …ciao…

 

- Che cosa vuoi

 

- Volevo salutarti…  sapere come stai…

 

- Non ti azzardare mai più a fare questo numero di telefono. Sono stata chiara?

 

- Io volevo solo…

 

- Dei tuoi sensi di colpa del cazzo non me ne frega niente. Non ti penso. Non ti penso più. Non ti penso mai. Non voglio sapere se sei vivo o se sei morto. Anzi se sei morto francamente preferisco. Un verme in meno a strisciare sulla terra.

 

- Non cambi mai… vedo.

 

- Vaffanculo.

 

 

Termina? Sì.