in punta di piedi
bum bum
ho paura di svegliarti
bum bum
di svegliarti col mio cuore
bum bum
- Ragazzi, ci siamo! L’ultima prova e domani saliamo là sopra e spacchiamo il culo ai passeri, ok?!
- Sì, dipende da quanto sono grossi i passeri…
- Eddai, ma non siete emozionati? Oh, ma quante altre volte ci capiterà nella vita di suonare al Rolling Stones? Stiamo parlando di almeno mille persone… oddio, meglio che non ci pensi!
Allora cosa facciamo, iniziamo con Because the Night, così mi scaldo un po’… e poi Rag Doll, Zombie e Run to you… poi vediamo… su… che mi sento molto rock stasera!!!
- Usignur… dai iniziamo…
- Take me now, baby, here as I am. Pull me close try and understand. Desire is hunger, is the fire I breathe. Love is a banquet on which we feed. ….Fermi! Possiamo alzare un po’ questa spia che non mi sento? E Roby! Tu sei ancora basso… che se non sento bene la fine dell’assolo poi sbaglio l’attacco! Ci siamo?!
- Dai!
- Ahhhh scusate… momento, il mio effetto! cos’è il 32 o il 33?
- Il 32, Francy, il 32! Proviamo qui da sei mesi.. possibile che non te lo ricordi mai?!
- Vabbé, tanto lo sai te! Inutile che intasiamo le sinapsi in due per archiviare la stessa informazione, ti pare?
- Ragazzi vi piace?
- E quello che cosa sarebbe?
- Il mantello per domani! L’ho noleggiato alla sartoria teatrale in porta romana, non è D I V I N O ? Ma l’avete visto il collo che viene in su con tutte le punte… sembrerò la strega di biancaneve!
- No, sembrerai l’ottavo dei sette nani… Cantolo…
- Spiritosi, molto spiritosi. Non capite proprio niente! Meno male che ci sono io a dare un tocco di stile qui dentro! Pensate a Madonna… non ha mai avuto voce… e guardate dove è arrivata a colpi di look!
- Si chiama look.. adesso…
- E, comunque, domani sera cercate di arrivare puntuali che così cerco di sistemarvi un pochino… certo con un po’ di matita e un po’ di cipria non si possono fare miracoli…
- Forza, dai… rifacciamo Bryan, che stasera viene proprio da schifo…
- Sei tu che non ci arrivi sul ritornello…
- Sì lo so… non so che cosa dire, è sempre venuta! E’ tutto il giorno che bevo erisimo… e stamattina ho anche mangiato l’acciuga, per schiarire la voce!
- Ah sì? e ti si è attorcigliata intorno all’ugola?! Dai mariacallas, muoviti… 1 2 3…
- Accidenti!!! Ragazzi, scusate. Davvero non lo so che mi prende. Non ci arrivo più… beh, che cosa avete da ridere? Allora, la smettete?! Mi dite che accidenti succede?!
- Francy? … per forza che non ci riesci… abbiamo accordato gli strumenti due toni più su…
- Voi siete completamente deficienti!!! Ma sono scherzi da fare?!
Todo Sobre Mi Madre, di P. Almodovar (1999). Film meraviglioso. Personaggi indimenticabili. Agrado, tra tutti. E il suo monologo divertente e profondamente amaro. Che si conclude così.
“Bene. Quel che stavo dicendo è che costa molto essere autentici (…) e in questa cosa non si deve essere tirchi, perché uno è tanto più autentico quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stesso.”
Io non lo so di preciso come mi sogno. Di certo mi sogno meglio di così, meglio di come sono. Dentro e fuori. A questo mi dedicherò adesso. Con tutta me stessa. Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi. Alla ricerca del mio personale ideale di perfezione. Senza pietà. Mi spoglierò delle insicurezze. Della paura. Mi spoglierò dell’inutile. E della gelosia. Delle ossessioni e delle indecisioni. E mi rivestirò di bianco. Raggiante, a sposare la vita.
Un’improvvisa e incontenibile voglia di prosciutto crudo e fichi mi ha colta di sorpresa questa sera, uscendo dall’ufficio. Trattandosi di un desiderio dall’impatto contenuto, sia dal punto di vista economico (mi fosse venuta voglia di caviale, ostriche e champagne, sarebbe stato peggio) che calorico (limitando il numero di fichi, si intende), ho deciso di assecondarlo. Supermercato. Un’auto nel parcheggio. Una piccola utilitaria, grigio chiaro, un po’ ammaccata. Con una targa vecchia, nera con la scritta bianca. Le quattro portiere sono aperte. Così come il portellone del bagagliaio. I sedili sono coperti da vestiti, oggetti, scatole. Il caos regna sovrano. Un tavolino quadrato di plastica bianca, di quelli da giardino, lì accanto. Piatti e bicchieri di carta, due bottiglie di birra. Per un inedito pic-nic metropolitano. Lui affetta il pane, mentre lei versa da bere. Parlano fitto fitto e ridono. Freschi. Li guardo per un istante, mentre passo accanto a loro. Sono giovanissimi. Non hanno più di venticinque anni. Magari stanno tornando dalle vacanze, hanno finito i soldi e si arrangiano così fino a che non arriveranno a casa. Magari sono scappati. Per passare insieme un avventuroso weekend. Oppure tutta la vita. Tutta la vita di cui avranno voglia. Tutta la vita di cui sentiranno il bisogno. E’ abbastanza evidente che dormiranno lì dentro, su quei sedili troppo piccoli. Si ameranno, forse. Protetti da un consumato plaid scozzese, tra un paio di nike e un libro con le pagine segnate a margine. Ho appena finito al banco dei salumi. Arriva lui. Sorridente, con una bella voce squillante. "Senti - dice al commesso - quel formaggio era davvero buono. L’abbiamo già finito! Non ne avresti un altro tipo, magari più saporito, più stagionato?" Torno nel parcheggio, con il sacchettino contenente la mia cena-desiderio. Lei è lì, che armeggia con non so bene che cosa. Le sorrido. Augurandole, in silenzio, di tenere da parte un angolino di cuore per metterci questo ricordo. Domani. O quando sarà. Mentre dagli altoparlanti di quella piccola casa viaggiante escono accordi e parole senza tempo. Jenny non sente pìù niente, non sente le voci che il vento le porta. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Nemmeno a farlo apposta. Stasera questa casa, nella sua immobile perfezione, mi appare in tutta la sua inutilità. Mentre ripenso per un attimo a quelle risate cristalline. E a quel plaid scozzese. E a come sarà complice di momenti unici ed irripetibili. Mentre mi addormenterò, sola, tra queste lenzuola di petali rossi. Fresche di bucato.

Tante piccole medaglie raccolte in questo vecchio astuccio impolverato. La più vecchia è di ventotto anni fa. 1976. Indietro. In una selva di ricordi e di sensazioni. Nella palestra di un scuola di periferia. Riscaldamento. E poi si inizia a fare sul serio. Da questa trave vedi tutto piccolo e senti il sapore amaro della caduta. Ogni volta che l’appoggio manca. E a raccoglierti c’è l’odore dolciastro e inconfondibile dei tappeti di gomma blu. Pesanti come macigni. Da trascinare e da rimettere uno sull’altro alla fine dell’allenamento. In fondo a destra, le parallele. Così difficili, così belle. Gli staggi accarezzati, afferrati, colpiti dalle piccole mani segnate dai calli. Tra lievi sbuffi di magnesia bianca. Cipria da bambine. E’ il momento del volteggio. L’odiato volteggio. Barriera insormontabile alla fine di una corsa sempre troppo corta. E’ solo una scommessa tra te e la pedana. Non c’è espressione. Per questo devi aspettare il corpo libero. I flic flac, riprovati a centinaia. Alla ricerca della perfezione. Le braccia vicine alla testa. Le ginocchia unite e le punte dei piedi tese. Frecce appuntite a sfidare il cielo. La sagoma arrossata delle cinque dita di Emi. Disegnate sulle cosce. Perché prima o poi quel movimento ci arriverai a farlo come si deve! Sberla dopo sberla, caduta dopo caduta, urlata dopo urlata. Fino al tanto atteso giorno della gara. Con le tue scarpette bucate in punta. La riga in mezzo e i capelli raccolti nei codini. Così tirati da farti venire gli occhi a mandorla e un principio di mal di testa. E il body. Quello bello, rosso e beige. Di un beige che sembra oro. Solo per la squadra dell’agonistica. Stavolta è anche più bello di quello della SGEA. Tanto loro vincono lo stesso, loro vincono sempre. Attraversi la pedana. Per riconoscerla. Per rabbonirla. Per accarezzarla. Chiudi gli occhi per un istante infinito. Ad invocarne una sola briciola. Della potenza di Nadia. Della grazia di Olga. La musica che parte, improvvisa, dall’altoparlante. Per cinque meravigliosi minuti. Estasi amorosa, in ogni passaggio, in ogni acrobazia, in ogni gesto. Uno straordinario gioco di prestigio. La magia dell’energia. Che incanta. Che lascia con il fiato sospeso. E l’adrenalina che ti inonda le vene prima di quell’ultima diagonale. Ferma il salto, FERMALO! E non dimenticare il saluto alla giuria, alla fine. Che è una penalità. Il mento alto, lo sguardo sicuro. E un sorriso, appena accennato, distorto dalla fatica. Prima di correre dalle tue allenatrici e dalle tue compagne, per i buffetti e per gli abbracci. In attesa del verdetto finale. Sorrido, davanti a questi piccoli trofei dell’infanzia che scorrono davanti ai miei occhi. Tra le mie mani. Atteggiate in quel gesto unico. Vezzoso e fiero allo stesso tempo. Che ancora adesso mi ritrovo a fare, senza nemmeno rendermene conto. Camminando per la strada.
Non riesco a rimettermi in piedi. Non ci riesco. Non ho più voglia. Non voglio più essere. Non voglio più stare. Non voglio più piangere. Non ho una pelle abbastanza resistente per sopportare questi urti. Non c’è nulla che mi interessi al di fuori delle mie passioni malate. Non riesco a calibrare il pensiero, a dargli la giusta importanza, la giusta dimensione per essere vissuto in modo sereno. Distruggo. Allontano. Spavento. Spacco. Rovino. Non voglio più sentirmi così. Non voglio più sentirmi. Non voglio più. Non sono più io. Io me lo ricordo bene com’ero. Ero forte. Ero sorridente. Ero sfrontata. Non avevo paura. Mai. Ai limiti dell’incoscienza. Ero coraggiosa. Ero di gomma. Magari non ero davvero brava ma ero schifosamente fortunata. Rischiavo. Prendevo. Andavo. Provavo. Affrontavo. Correvo. Riprovavo di nuovo. Vincevo. Adesso non mi viene più. Non succede più. Finita. Svanita. Esaurita. Spezzata. Non sono più speciale. O forse non lo sono mai stata e ora sono costretta a prenderne atto. Una sola domanda. Che gira in testa da giorni. Da quanto tempo qualcuno non si innamora di me? Tanto. Troppo. Una domanda che, subdola, diventa essa stessa risposta. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. Incontrovertibile. Inattaccabile. Verdetto: colpevole. Non ce la faccio. Semplicemente non ce la faccio. Questo pensiero è ricorrente. Ma forse dovrebbe diventarlo di più. Perché così non basta nemmeno a darmi il coraggio di lasciarmi scomparire. Di finire. Di essere nulla. Perchè nel nulla non ci può essere male. Non ci può essere dolore. Non ci può essere delusione. Non ci può essere pianto. Non ci può essere vuoto. Il nulla è nulla e basta. Deve essere leggero il nulla. Deve essere così leggero da essere perfino caldo. Qualsiasi cosa sia non può che essere meglio di così. Meglio di così. Meglio.
Non lo faccio quasi mai. Di restare da soli, io e Jack. Ma questa sera sì. Ne ho bisogno, cazzo se ne ho bisogno. Ho invitato anche i Linkin Park, a questa festa privata. Somewhere I belong. A tutto volume. Preme, a ridosso della diga. Look at everywhere only to find. It is not the way I had imagined it all in my mind. (So what am I) What do I have but negativity. 'cause I can't justify the way everyone is looking at me. (Nothing to lose) Nothing to gain, hollow and alone. And the fault is my own, and the fault is my own. La diga si spacca. E crolla. Questa sera mi serve una scusa qualsiasi per lasciare correre le dita su questi tasti senza far caso più di tanto alla forma. Anche se so che non ci riuscirò perché sono una maledetta, inguaribile esteta. Amo il bello e tutte le sue varianti. Il bello delle parole, il bello della punteggiatura, il bello dei respiri che fai appena in tempo a prendere tra una frase e l’altra. Proprio oggi mi è stato detto che io sono un puro esercizio di stile. Buffo è? Citata per ferirmi. Davvero buffo. Che di sostanza in me non ce n’è. Che sono solo arida forma, che penso solo a me stessa, al mio benessere. Io sono aria. Sono niente. Sono illusioni. E delusioni. Sono una promessa non mantenuta. Un pixel fatto di nulla. Non lo escludo.
Amiche, presunte tali o desiderate tali, che entrano ed escono dalla mia vita in un batter d’ali. Ali, sì… me le presti tu, mia dolce Fenice, per la solenne occasione? Ingressi fulminanti, passioni totalizzanti e poi via. Cancellate, dimenticate, da non pensarci più. Da farne tranquillamente a meno senza che ne senta la minima mancanza. Non è la prima volta. Succede piuttosto spesso. E ho degli anticorpi speciali, grossi come noci. Se solo riuscissi a fare la stessa cosa con gli uomini. Strano meccanismo. Deve essere una questione di priorità. Per me l’amicizia è sempre venuta dopo. Per me. Passionale. Istintiva. Assoluta. L’amore. Lo scambio totale. La fusione. Me la creo dal nulla. Sfioro, amplifico, mi disseto. E muoio. Della mia voglia di aver creduto che. Del non voler accettare di essermi sbagliata. Di aver divorato con foga tutti quei brividi che mi hanno attraversato il corpo, il cervello, il cuore. Il fremere di ogni singola cellula. Di ogni singolo anfratto di anima. Carica… Libera! Un battito debole. Debolissimo. Ma battito. Qualcosa deve pur voler dire perdio. E invece no. Non necessariamente. Quasi mai.
…il tuo cuore è colmo di tormenti che non riesci a lenire e che è vuoto, svuotato da un modo di percepire le persone e gli affetti che dovresti far evolvere, perché non ti aiuta rimanere in quella disperata incertezza sulle cose e sulle persone... datti più coraggio, più sostanza e più fiducia: sono convinta che solo così smetterai di perdere affetti per strada e saprai colmarti di nuovo amore.
Un cuore vuoto, svuotato. Sicuro. E che cosa ci dovrebbe essere dentro, eh Silvia? Tutta la straripante felicità accumulata in trentaquattro anni di vita? Siamo messi bene, allora. Evolvere. Da che parte? In che modo? No, perché a me un manuale d’istruzioni su come si riempiono i cuori mica me l’hanno mai dato. Sono un’autodidatta, una privatista. Vado per tentativi. Che se poi quello che vedo non mi piace, basta passare il cancellino di panno marrone a forma di girella. Via. E la polvere di gesso vola in aria, depositandosi sulla maglietta nera. E sulla mia pelle sempre troppo bianca. Il bianco e il nero delle mie foto. Che mi riassume molto più del colore. Tutti quegli autoscatti. Una dannatissima megalomane. Narcisa. Vanitosa. Forse. A cercarmi. A provare a mettermi negli occhi di chi mi guarda. Per illudermi che gli altri mi vedono come in quelle dieci foto tirate fuori da cento. Che poi con lo sfumino di photoshop spariscono anche le due lentiggini lasciate dal sole. Perché in quella manciata di pixel i miei occhi parlano, accarezzano, invitano. La mia bocca bacia e sorride e canta. Il mio cuore danza, urla e esplode. E rimbomba. Nei miei spazi. Abituata a stare da sola. Tra le mie cose, con la mia musica e i miei silenzi. A ballare come un’invasata. A piedi nudi, sul cotto freddo della sala. O esasperatamente lenta. Ad afferrare questo ritmo, trascinarlo su di me, dentro di me. A piangere a dirotto senza dovermi trattenere. A mangiare o a digiunare. In un duello infinito con la mia volontà. A dormire, a esagerarmi. A sentirmi. A fare perché devo. Anche se non ne ho voglia e mi sembra inutile e stupido. A fare perché voglio. Senza regole, con le mie regole che rispetto perché sono mie. Che obbedirmi mi viene proprio bene. Gola che brucia. Discorsi confusi. Sogni così perfetti da sembrare veri. Troppo perfetti per essere veri. Raccontami una favola. Inquietudini che diventano assillanti. Voglio fare finta che vada tutto bene. Ma dove sei? E le mie palpebre che si chiudono. I wanna heal, I wanna feel, What I thought was never real. I wanna let go of the pain I've felt so long. Erase all the pain til' it's gone, I wanna heal, I wanna feel, like I'm close to something real. I wanna find something I've wanted all along. Somewhere I belong.
Stanotte il mare è selvaggio. Nervoso. Si viaggia con tre ore di ritardo perché un tizio ha pensato bene di celebrare la fine delle proprie vacanze estive con un infarto. E quindi la nave è tornata al porto per consegnarlo all’ambulanza. Sono le cinque del mattino. Anche gli ultimi irriducibili sono crollati dal sonno. Cullati dal rollio sordo e costante. Storditi dall’oro riflettente delle balaustre di questo salone. I più fortunati sdraiati sui divanetti grandi. Qualcuno per terra, sopra il telo da spiaggia indurito dalla salsedine. O nel sacco a pelo. Oppure sulle poltroncine. Schiacciamento delle vertebre lombari assicurato. Torcicollo, nella migliore delle ipotesi. Lui. La barba appena accennata, una maglietta bianca e i pantaloni alla pescatora, con piccoli quadretti rossi e blu. Lei. Accoccolata al suo fianco, in una posizione innaturale. Dormono. Lui apre gli occhi. La accarezza. Piano, per non svegliarla. La guancia, poi su fino alla tempia. Le dita anellate affondano tra i lunghi capelli scuri, fino a sfiorare il polso tatuato. In un movimento che si ripete morbido. Di puro amore.