in questi giorni mi sei venuta in mente spesso… mi sarà mica venuta voglia di vederti? come te la passi? ma non hai mai strani desideri di me?
Quando ricevo una e-mail del genere è tutto un sovrapporsi di emozioni. Incredulità. Fastidio. Rabbia, a tratti. Ma io dico… Ci siamo visti otto mesi fa, all'inizio di marzo, dopo qualcosa come sei anni in cui i nostri contatti si sono limitati all'sms annuale con gli auguri di buon anno. Nel frattempo, tra le altre cose, hai pensato bene di innamorarti e di fare un figlio anche se ancora adesso mi sembra impossibile associare la parola "papà" al tuo nome. Rivederti è stato emozionante. Certo. E come poteva essere altrimenti! La tua voce graffiante, il tuo sguardo. Le tue labbra sempre sospese tra un ghigno ed un sorriso. I capelli un po' lunghi e spettinati, ultimo baluardo di un uomo con il cuore da rockstar. Ho difeso il tuo ricordo contro tutto e contro tutti. "Molto di ciò che sono ora lo devo a lui" dicevo. Anche se da un po' di tempo mi chiedo se, forse, per questo, dovrei odiarti. Anche se ho voluto idealizzarti per un amore mai consumato. Eppure così devastante. Per motivi che ancor oggi mi sfuggono. Un ottimo sushi. Un ottimo vino. A scoprirci grandi. Io fragilissima e dolorante. Dopo quello stramaledetto capodanno ancora così vicino. Tu così solido, nuovo e tranquillo. "Quasi ti invidio" mi hai detto "per come stai ora. proprio adesso puoi dare il meglio di te. Puoi scrivere, puoi cantare, puoi creare, puoi fare tutto quello che vuoi". Già. E ci ritroviamo a casa tua. Le stanze, i giochi, le immagini. Tutto parla di famiglia. Certo. E allora che cosa ci faccio qui nel tuo letto? Tra queste lenzuola bianche e profumate. A concludere qualcosa che era rimasto in sospeso dieci anni fa esatti, quel pomeriggio in cui tua madre rientrò dal lavoro all’improvviso. E questo sarebbe il grande amatore che ha spaccato il cuore a decine di donne? Che ha spaccato il cuore a me? Quello che mi baciava come nessun altro è stato più capace di fare? Vabbé. Sarà stata la tensione. Sarà stato il vino. O la foto di lei che sorride sul muro accanto. "Dai, Francy, resta qui a dormire…" "No, non posso, devo andare, davvero… ciao.." Il tuo primo tradimento. Così mi hai detto. Il giorno dopo. E ora? Che cosa vuoi? Una seconda chance? Forse non dovrei risponderti. O risponderti semplicemente "Non è più tempo".
Ancora una volta. Correre. ACCELERARE. Vivere. Con il fiato sempre più corto e i muscoli che tremano, mai abbastanza allenati. Ogni volta che ne hai voglia. LIBERA. Saltare in macchina, con la tua valigia sempre troppo grande. E arrivare in un posto qualsiasi. A trascorrere il weekend con dodici persone che non hai mai visto. A dare una voce a frammenti di storie. A dare uno sguardo a vite che, fino a poche ore fa, pulsavano solo dietro allo schermo del tuo pc. Discorsi complessi, sconnessi, abbozzati eppure precisi, mirati. Dritti al cuore. Delle debolezze e delle sconfitte. Delle paure di ognuno. E risate, tante. Fino alle quattro del mattino, tutti in una stanza, seduti sui letti, sui cuscini. Con un po’ di vino rosso e una scatola di ciambelle nel mezzo. Come adolescenti in gita scolastica. Adolescenti ormai adulti. Ma che si tengono stretti un po’ dello stupore e della freschezza di quei tempi. E poi arrivi a casa e il Silenzio ti accoglie, nel suo abbraccio caldo. Con quel suo sorriso crudele …sei tornata, ti aspettavo, amore… e mi obbliga a RALLENTARE, a fermarmi. Come un macigno franato sulla strada. Di nuovo. Non ho voglia di parlare con te, lasciami in pace… perfavore.. voglio dormire, adesso…. e poi tu sei il Silenzio, non puoi parlare! Te ne rendi conto, sì? Dormi, allora, amore… dormi… io non ho fretta, io resto qui, accanto a te. Parliamo domani. O domani l’altro.
Harlock non è un pirata coraggioso. Harlock non è la regina di un castello da qualche parte nel magico regno di splinder. Harlock è una donna. Che si comporta come una bambina. Una bambina che non vuole crescere. Una bambina capricciosa. Una bambina gelosa. Una bambina che ama essere al centro dell’attenzione. Che ha bisogno di sentirsi gli occhi addosso. Sempre. Che ha bisogno di carezze. Ma anche di un bel ceffone, ogni tanto. Una bambina insicura e vanitosa. Che ha bisogno di sentirsi dire che è bella, intelligente e un sacco di altre cose. Che ha bisogno di parole. Di coccole, di bugie. Piccole bugie, di quelle che non fanno troppo male. Che ha bisogno di una voce calda per addormentarsi. Che ha bisogno di immaginare di essere il sogno di qualcuno. In questo inverno che è tutto intorno.
- Miao
- Eh?!
- Miao
- Scusa, non ho capito… sarà il telefono…
- Miao…
- Ah… allora avevo capito bene…
Non capita tutti i giorni di ricevere un buongiorno a forma di miao. E di rispondere con un miao senza sentirsi dei perfetti imbecilli. Anzi, facendo anche attenzione ad ammorbidire la voce. Per farti sentire le fusa.
Sorpresa! posso entrare? No che non puoi entrare. Che cosa ci fai tu qui? Ma la voce non esce. Aggrappata con tutte le sue forze alle corde vocali. Ti guardo. Con ogni mia singola cellula, a chiederti perché. La porta non si è ancora chiusa dietro di te. Che ho già la tua bocca addosso e le tue mani dappertutto. Il cuore che esplode e che annulla qualsiasi pensiero. La voglia di te incontrollabile, sognata, mai placata. La voglia di te che divampa e mi scioglie in un brivido di lava tiepida. Stai zitto, ti prego, non dire una sola parola. Sono stanca di parole che poi rielaboro, che poi trasformo in illusioni in desideri in abisso. STAI ZITTO e lasciami credere alle tue labbra. Alle tue mani nervose. Al tuo abbraccio che mi stringe, mi costringe e mi libera. Alla tua lingua cui tutto è concesso. Liquida. Non è un sogno. O sì? I miei gemiti soffocati nel buio sono veri. Puoi sentirmi? Il mio vibrare così devastante da spaventarmi. Una frazione di secondo prima della morte.
La magia di un antico palazzo arabo. Le mura maestose orlate da decine di cicogne sacre, insolite sentinelle di un’atmosfera senza tempo. Ci sono le fiaccole tutt’attorno. Candele ovunque. A disegnare passi e profili. E tavoli, a perdita d’occhio. Splendidamente apparecchiati. Maxi schermi su cui si ripetono immagini molto eleganti molto stylish molto tutto. Di una grandeur moderna di calcolata perfezione. Abili giocolieri in un roteare di fiamme ipnotiche. Flessuose danzatrici del ventre che appaiono e scompaiono tra veli di mille colori. E uomini che disintegrano le leggi di gravità con i loro corpi, d’oro e d’acciaio. L’aria è calda, morbida. Sulla mia pelle celata nel rigore di un tailleur nero. Il Business attire è d’obbligo. Fatto sta che questi tacchi sono troppo alti. Mi fanno male. E non servono. In questa terra che è davvero terra. Calda e selvaggia. Gli stivali sfilati via e abbandonati sotto al tavolo. Che tanto i pantaloni sono lunghi e non se ne accorge nessuno. Scalza. Libera. La musica lirica che diventa una cosa sola con il cielo. Addobbato di stelle e di una luna, che non so che cosa non farei perché fosse piena. In questa notte che scorre nel mio sangue, densa. Stemperata in un dispettoso nettare rosso rubino. Una notte che entra nel cuore. Che entra negli occhi. E li fa brillare. Di quella luce strana. Che, come una cometa, mi guida verso un solo sguardo tra mille. Uno sguardo di cui avevo solo sfiorato l’odore. Ma che non mi andava di lasciare andare via. Tra i botti violenti dei fuochi d’artificio e le cicogne che, terrorizzate, abbandonano i loro nidi. Per tornare più tardi, quando tutto questo sarà finito. Quando il silenzio tornerà sovrano. In questa notte. A Marrakech.