Da mesi ti chiedi come si misurano le lacrime. Se vanno a litri, a chili, a metri. O a tempo. Poi succede che un giorno ti svegli con una sensazione addosso che sembra quasi una risposta. Rilassata. Serena. Ti accorgi che i sorrisi e le risate pesano di più. Diluiscono. Colorano. Lavano via. Che tutta questa dolcezza incondizionata avvolge e paralizza. Di una stretta morbida ma decisa. Che la paura si dipinge di silenzi ma anche di parole vestite di coraggio. Che i giochi di potere sono inutili. Non conquistano. Allontanano. Distruggono. Che le emozioni non sono sempre e soltanto una caduta libera verso l’abisso. Possono essere voli lievi che ti portano in quota poco a poco. Che quando guardi giù ti si ferma il respiro in gola. Senza soffocare. Senza morire. Che l’incoscienza del cuore ha un gusto fresco e dissetante. Inebria ma non appanna. Che in questi giorni la vita è una girandola colorata tra le mani di un bambino. E tu sei la gioia dei suoi sorrisi. La corsa traballante nell’erba. La caduta e il ginocchio sbucciato. Il bacio dolce che guarisce la bua. Che poi la corsa riprende e ti porta via. Quando meno te l’aspetti.
A Trastevere gli alberi sembrano ricamati sui muri. Sfiorano le finestre. Spettegolano, sottovoce, con i fiori nei vecchi vasi sui davanzali. L’intonaco scrostato con i colori dell’autunno. Insegne di altri tempi. La biancheria ad asciugare sui fili tesi tra le case. Un gatto che attraversa il vicolo all’improvviso. A rendere vivo un affresco dal sapore unico e decadente. Non riesci ad immaginare uno scenario migliore per questo incontro. Atteso. Voluto. Il tempo vola via, con il naso per aria. Perché la magia di Roma è tutta lì, in quello spazio tra le finestre dell’ultimo piano e il cielo. E’ nelle risate, nei silenzi leggeri, nei discorsi. Disordinati, sovrapposti, come in un quadro di Picasso. E’ nei tuoi anfibi slacciati e nella sua giacca di velluto scuro. Piove e inizia a fare davvero freddo. Il fuoco nel camino ad illuminare i vostri volti nel buio, ad oscurarli e ad accenderli di nuovo. Per rivelare uno sguardo un po’ più vicino, un po’ più denso, un po’ più dentro. E mentre le note delle sue favole in musica riempiono la stanza, ti ritrovi a pensare al tuo modo di vivere. Travolta dai momenti. Non questa volta. Assapori piano. Attimo per attimo. Attimo che basta così. Per paura della paura. Una trappola. Che ti blocca i sensi, che ti impedisce, a tratti, di sentire il calore dei suoi baci e la forza delle sue mani. Per paura di un nuovo dopo ad avvelenarti il cuore. Non stavolta, pensi. Non un’altra volta. Lo attiri a te, lo allontani. Per poi cercarlo di nuovo. Le labbra sul suo collo, le vene che quasi esplodono. Di vita. L’imbarazzo si dissolve. La paura imbavagliata, in qualche posto buio dentro di te. Per lasciare spazio alla passione. E alla voglia di lui. C’è vento, questa notte. Un vento che sibila. Che urla contro i muri di pietra. E strappa via le nuvole.
Persa per molto persa per poco
presa sul serio presa per gioco
non c'è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera.
Avevo così bisogno di dormire. A oltranza. E di risvegliarmi piano. Lentamente. Senza il suono implacabile della sveglia che mi strappa via dai sogni, dall’assenza, dalla pace del sonno. Senza fretta. In questo mattino di novembre, con il rumore della pioggia che batte sui vetri, sui sassi, rallentata dalle fronde degli alberi qui attorno. Mi rannicchio tra le lenzuola. Lascio che questo raggio di luce opaca risvegli la mia pelle. E i miei occhi. Piano. Allungo una gamba, poi l’altra. Respiro a fondo. Nessuna tensione. E’ piacevole. Ho tutto il tempo che voglio. Posso alzarmi, o posso restarmene a letto. A leggere, a guardare un film. Posso ascoltare un po’ di musica. Oppure posso decidermi a stirare quella vergognosa pigna di vestiti e di biancheria che da settimane faccio finta di non vedere, restituendo finalmente al mio divano la sua funzione originaria. Una bella doccia bollente al gusto di ciliegia. E l’olio per il corpo da stendere, piano, sulla pelle ancora umida e tiepida. Meraviglia. Una tazza di té fumante, stretta tra le mani, da sorseggiare nell’abbraccio soffice di questo accappatoio bianco. Mentre lascio alla chitarra di Segovia il compito di trasformare la malinconia che aleggia nell’aria in quiete consapevole. Penso a tutte le cose che dovrò fare nei prossimi giorni. Un aperitivo. Una riunione a Bruxelles. Una cena. Un weekend tutto da immaginare e da vivere. Sì, oggi sono serena. Oggi la mia libertà vale più della mia solitudine.