Benvenuti nel mio Castello

† passaggio segreto


harlock1970@hotmail.com

† specchio delle mie brame


† spiriti liberati

*loading*

† editto del regno

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

† innocenti vanità

Creative Commons License

Harlock's Blog is licensed under a Creative Commons License.

† sentinelle del castello



  • Powered by Splinder

martedì, 29 marzo 2005


Mi sono svegliata di soprassalto, all'alba, per i tuoni dilanianti del temporale. Oggi sono nervosa. Agitata. Decisamente isterica. Mi aspetta una lunga settimana lavorativa, sabato e domenica compresi. Per cui non posso nemmeno assistere al matrimonio della sorella della mia migliore amica. E poi lunedì sera devo andare a Bologna: martedì c’è un altro meeting. Sono nella fase "pensieri assurdi a ruota libera". Se sono a Bologna nel tardo pomeriggio, salto in macchina, faccio una volata a Roma. E gli faccio una bella sorpresa. E poi me ne torno a Bologna nella notte. Hotel, doccia fredda, riunione. Rientro a Milano. Ma dove vai, dove? Non ti ci vuole a 'sto cazzo di concerto. Te lo ha detto, mi pare. Basta. Stop. Finita. Che grande amore, eh!?, sfracellato contro il primo dosso che ha trovato sul percorso. E il camino come lo faccio fare? Ad angolo o dritto? E la scala? E il colore del laminato? Teak o noce canaletto, boh. Due amiche mi propongono una giornata alle terme di Bormio, a metà mese. "Non se ne parla nemmeno. Fino a che non entro nei miei jeans taglia 27 non vado da nessuna parte" rispondo acida. E l’amica:"Hai provato ad indossare un paio di neuroni ogni tanto?" "Non mi entrano più nemmeno quelli".

 

venerdì, 25 marzo 2005

 

(R. Vecchioni. Da “Sogna Ragazzo Sogna”, EMI 1999)

Perché mi batterò per te con un esercito di idraulici, condomini, dentisti, rompipalle, bottegai, mi coprirò delle ferite della noia, quelle che nessuno vede e non sanguinano mai, per te... per te... per te... per te... per te... per te... per te... per te... Per te io mentirò giurando su mia madre, e laverò anche i vetri agli incroci delle strade; mi toglierò le ali affittate a un baraccone, perché volar da soli è solamente un'illusione. Non mi confonderò mai più con questa compagnia di geni sempre soli, sempre con il "coso" in mano a dirsi "quanto siamo bravi, Dio, ma come siamo bravi..." e che da piccoli era meglio che giocassero al meccano: è più difficile spostare l'esistenza un po' più giù del cielo e diventare un uomo, per te.

Non scalerò montagne per te e non attraverserò deserti: e ci sono anche poche possibilità che varchi gli oceani a nuoto, solo per vederti. Non t'illuminerò una piazza, non scriverò il tuo nome nel cielo, non ti andrò a prendere nessuna stella... non combatterò per te né draghi, né mulini a vento, né demoni dell'inferno. No, per te non farò niente di tutto questo. Per te mi venderò, per te farò il buffone, mi darò sempre torto anche quando avrò ragione, appenderò il violino a una stella che tu sai, perché soltanto tu, soltanto tu lo suonerai; sarò la tua signora  vestita in raso rosa, antica come un quadro, bella, altera, un po' sdegnosa, il passero che a sera danza sui ginocchi tuoi, sarò l'eroe dei sogni che nessuno ha fatto mai.

Sono sempre stata vagamente contraria a postare testi di canzoni. Ma ieri un amico, nel tentativo di farmi riflettere sullo spinoso tema dei compromessi nelle storie d’amore, ad un certo punto mi ha detto sarà che mi tengo sempre bene a mente la canzone "Ritratto di signora in raso rosa". Sono andata a leggerla. E mi è sembrata semplicemente bellissima. Il fatto è che non so se tutte queste cose vorrei sentirmele dire o vorrei essere capace di dirle. 

 

giovedì, 24 marzo 2005


Prima della curva, alla fine della strada che passa sotto al borgo decadente, c’è un piccolo cortile. Con una casa gialla. Una scala breve, di quella pietra antica così rassicurante, conduce ad una porta. O meglio, quella che poi sarà una porta ma che, per ora, è solo un telo spesso di plastica trasparente, fissato con del nastro adesivo. Entro piano. Mi guardo attorno. A cogliere l’insieme e poi il particolare. Ad ascoltare i sensi… è lei… questa è casa mia... Il pavimento grezzo che presto vestirà un cotto rosso caldo. Da quella parte la cucina, con il muretto e l’arco. Le pentole di rame. E l’edera che scende. Nell’angolo il camino, mi sembra di vederlo… i mattoncini attorno ed un ripiano spesso, di legno un po’ vissuto. E, lì accanto, i divani. Con il plaid di pile fiorato, per quelle sere fredde. L’agente immobiliare tiene ferma la parte superiore della scala a pioli, che collega momentaneamente i due piani, mentre io mi arrampico incerta, tentando di dissimulare uno stato di imbarazzo misto a terrore: “Lara Croft: chi era costei?!”  Eccomi in mansarda. Sana e salva. Qui ci va il bagno e, sotto i due finestroni triangolari, il letto. Laggiù lo studio, con i miei libri, la scrivania. E la lampada con il paralume verde. Da quel lato la cabina armadio e la palestra. La spinning bike, lo step e, come ci starebbe bene!, un bel sacco da box appeso ad una delle travi. Ci voglio pochi muri, soltanto il necessario. Che ho bisogno di spazio per rincorrermi e non fermarmi mai.