Benvenuti nel mio Castello

† passaggio segreto


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† specchio delle mie brame


† spiriti liberati

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† editto del regno

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† innocenti vanità

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† sentinelle del castello



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giovedì, 30 giugno 2005


Un amico mi ha mandato un file audio, qualche giorno fa. Non ho la più pallida idea della fonte. Ieri sera pioveva a dirotto. Ho spalancato le finestre per vedere i fulmini, per lasciar entrare il vento. Ho alzato il volume del pc. Mi sembrava di essere a teatro. Un antico anfiteatro all'aperto. Recitato è, forse, più suggestivo. Ma anche così ha un suo perché.

"Tutti al mondo cerchiamo una casa, un posto dove sentirci al sicuro. Il linguaggio che usiamo è geografico. Ma la parola casa non indica solo un luogo fisico, piuttosto un luogo emotivo, affettivo. Per molti di noi casa vuol dire le persone di cui abbiamo scelto di circondarci. Siamo, nel cuore, persone sociali e la nostra realizzazione viene non dall’interno ma dall’esterno. Molto precaria come sicurezza. Se facciamo del cuore degli altri la nostra casa, sta a loro stabilire quanto possiamo restare."


Sì, avresti dovuto vederti. Quando sei arrivato. Quando sei andato via. Un fantasma di ghiaccio liquido che diventa sostanza. Che diventa calore. Avrei voluto vedermi anch’io. Da fuori. Camminare per casa, a piedi nudi. Per riprendere il contatto con la realtà. Con la terra. Che in quelle ore è come scomparsa. Da sotto. Da ogni parte intorno. Cercare il mio volto, allo specchio. I capelli sciolti, un po’ arruffati. Gli occhi bistrati, sbavati. Le guance arrossate, le labbra sfamate. Bella da non crederci. Chi ha preso per mano chi. Passando attraverso. Arrivando dove. Così vicino alla felicità. Così vicino alla libertà. Così vicino alla vita. Che fatico a non urlarlo.     ...s i l e n z i o...

lunedì, 27 giugno 2005


Ristorante indiano sui Navigli. "Scusate un momento, vado a lavarmi le mani". Acqua, sapone liquido, acqua. Metti le mani non una ma cinque volte, sotto l’aggeggio bianco a destra del lavabo, variando tatticamente angolazione e velocità del movimento, nella speranza che la fotocellula si accorga della tua presenza e attivi l’agognato flusso d’aria calda. Poi realizzi che si tratta di un semplice contenitore da cui estrarre ancor più semplici salviette di carta. Va bene essere storditi. Ma a tutto c’è un limite. O no?

giovedì, 23 giugno 2005

 

E’ sempre stata la sua fregatura, sembrare indistruttibile.

Ha sempre fatto venire voglia a qualcuno di distruggerla.

 


Da Nel momento, di A. De Carlo (Mondadori, 1999)


mercoledì, 22 giugno 2005


Io, che sono tornata devo avervelo già detto. Il fatto è che proprio non riesco a stare né ferma né zitta. Che non ci riuscivo nemmeno tanto prima, ma adesso anche meno. Insomma. Mi vengono in mente un sacco di cose da dire. Non particolarmente interessanti, sia chiaro. E nemmeno collegate tra di loro. Ma è come se fossi salita con un balzo su un TGV, senza biglietto, tra l’altro. E senza bagaglio, cosa che, già di per sé, poco si addice alla mia natura da "meglio un giorno in un cinquestellesuperlusso che un mese in campeggio". Tutti i sabati mattina, dopo l’inesorabile tappa da Clara, la mia parrucchiera - che tra l’altro, ha comprato casa in questi giorni, qualcosa vorrà pur dire - faccio colazione nella mia pasticceria preferita. Caffè macchiato, Illy, con tanta schiumetta e brioche con le mele. Sopra la macchina del caffè trovano posto, facendo un rapido calcolo, un centinaio di tazzine, tra quelle per il caffè e quelle per il cappuccio. La maggior parte sono bianche, le altre sono quelle decorate, della Illy appunto. Che, per inciso, io adoro. Ora. Secondo voi perché da un paio di mesi a questa parte mi capita sempre la stessa tazzina? Quella con la doppia scritta Dreams, da una parte e Conflict dall’altra, scritto al contrario. Deve essere sempre quel mio maledetto vizio di volere sempre tutto e subito. Mica aspetto di leggere i fondi, del caffè. Leggo direttamente la tazzina.



Io non lo so, ve lo giuro, come faccia. So solo che ogni volta che leggo i suoi post, rimango lì incantata a fissare lo schermo. Mi viene voglia di prendere quelle forbici piccole, quelle dei bambini, con le punte arrotondate, e tagliare via delle frasi qua e là, stringerle forte e farle mie. Come in questo caso. Fatevi un regalo. Bevetene un po’. 

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martedì, 21 giugno 2005


"Ed era strano, perché invece c’erano un miliardo di cose che avrei voluto chiedere e farmi raccontare: scottavo dal bisogno di comunicazione e di conoscenza. Ma non volevo trovarmi di colpo chiuso fuori dalla sua vita o trascinato così dentro da perdermici del tutto; mi sembrava che l’unica fosse tenermi a quello che potevo sentire e toccare, senza allontanarmi in nessuna direzione. (…) Ma non volevo neanche scivolare in un gioco crudele di non-dire e non-sapere, dove ci mettevamo tutti e due a stendere ombre intorno al prima e al dopo e facevamo finta di essere meravigliosamente sospesi nell’adesso finché durava."

Questo è il mio VIOLA. Il viola che ho dentro. Il viola tra i capelli, il viola intorno agli occhi, il viola di raso. Il viola che mi butti addosso e attraverso. Il viola che brami, che supplichi. Il viola che urli, che sussurri. Il viola che ridi e che piangi. Il viola del silenzio. Il viola da violare, da volare, da voltare. Il viola che strappi via e con cui mi riavvolgi piano. Il viola, in fondo, è solo un rosso. Intriso di paura.

lunedì, 20 giugno 2005


Sentivo il suo modo di tendersi di fronte alla provocazione: le tecniche di difesa che aveva sviluppato per muoversi nel mondo e cavarsela da sola ed essere una donna, andare avanti.


Da Nel momento, di A. De Carlo (Mondadori, 1999)

 

venerdì, 17 giugno 2005


This is a strange game

* THE ONLY MOVE TO WIN IS NOT TO PLAY *


martedì, 14 giugno 2005


Gli aerei in fila, in attesa di decollare. Una volta ancora, via da questa Città che mi dispiace, forse, aver respirato d’inverno e non ora che è tutta un fiore. Il mare sembra la pelle di un tamburo questa sera. Tesa, lucida, forte. Il sole ce l’ho addosso. E’ così vicino che mi ci confondo dentro. Non lo so che cosa mi succede. Ci sono delle isole qui sotto, è tutto un luccichio. Lo stewart ha un volto incredibile. Sembra il cattivo di un fumetto di altri tempi. Calvo, abbronzato, due occhi di un azzurro immobile. Senza sfumature, da far quasi paura. La luce non si ferma. Abbasso gli occhiali scuri perché voglio farmi travolgere. Voglio guardarla in faccia. Dal cielo al mare, dall’ala dell’aereo sulla pagina di questo taccuino che da un po’ raccoglie tutto quello che non diventerà mai un post. E si scompone in tante piccole stelle. Insomma, non lo so. Questa sera, quassù, mi sembra tutto perfetto. Anch’io.

lunedì, 13 giugno 2005


Incredibile. Finalmente una scintilla. Una sfida. E la mente corre via veloce, idea dopo idea. Energia che scorre. Adrenalina che sale, che entra in circolo. Chiaro. So che cosa fare. So come farlo. E c’è anche caso che mi riesca. C’è spazio. E voglio prendermelo.

Ma tu vuoi vedere che sono tornata? … da quanto tempo mi stavo aspettando!


venerdì, 10 giugno 2005


Mercoledì, 8 giugno. Ore 15.40 Sta per finire, piccolo, quest’ora buia, quest’ora maledetta dove ogni parola suona falsa, preconfezionata, distorta. E io lo so che tu vorresti urlare da farci l’eco tra quelle mura fredde e umide. Urlare forte.

"Ma tu che ne sai di come era lui, tu nemmeno lo conoscevi, tu dici così di tutti, e lui non è tutti. Perché lo chiami fratello, non è tuo fratello, non è il fratello di nessuno, non è una canzone rap questa… è mio nonno, perdio! Lasciami qui. Che sono io a dovergli parlare, a dirgli quello che non gli ho detto, che non ho fatto in tempo… e quante cose dovevo ancora chiedergli… e volevo imparare e sapere. Volevo che mi vedesse diventare grande. Che fosse orgoglioso di me, della sua "Pantofola"! E spegni quell’incenso, che non posso respirare, che mi confonde gli occhi… non voglio che lo avvolga… lui ama il profumo del bosco, dei nostri ciclamini… quest’organo, fallo tacere. Che la solennità gli sta stretta, è fuori luogo. Lui è lieve, lui ama la musica dell’acqua che sgorga dalla roccia, il vento tra le foglie, il suono secco e graffiato dei passi sul sentiero, guidati dai bastoni intagliati, grande il suo, il mio piccino. Sono arrabbiata, ora. Lo capisci, lo senti? Con quello che non la smette con ‘sta cosa del fratello, con le vecchiette stonate, lì in fondo, con quelli che sono qui per caso. Sì ANCHE CON TE… ma come faccio, come? Se mi guardi così, con quegli occhi velati dal tempo, così dolci, così indulgenti. Non voglio andare via. Non vogliono che veda, che non è bello. Vogliono proteggermi, dicono, dall’ultima mossa, lo scacco matto della morte."

Ah, solo una cosa, ancora, nonno... c’è voluto un po’ di esercizio, sai. Ma adesso il mottarello ci riesco a mangiarlo senza far cadere le scaglie del cioccolato sopra...


lunedì, 06 giugno 2005


Senza parole tu non resti mai. E’ quasi una questione di principio. La presunzione di poter raccontare ogni sfumatura, ogni battito di ciò che accade dentro. A fronte di ciò che accade fuori. E’ un modo per fermare, è un modo per conservare. Quasi a voler dimostrare a te stessa di aver vissuto. E ti viene facile, quando c’è qualcosa da descrivere o qualcosa che resta in superficie. Lo è meno quando devi entrare. Quando scardini. Quando strappi via. Ti sembra impossibile, invece, quando non ci riesci affatto. Rabbia. Stizza. Quando fatichi a mettere a fuoco. Quando non sai da dove partire, perché hai a che fare con un "tutto" più grande che non ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Quando hai la consapevolezza piena e nitida che un’emozione sta per fulminarti e, nonostante questo, arriva comunque improvvisa. E’ una sorta di "lo sapevo" ma non sapevi "come". Quando vengono stravolti meccanismi consolidati di causa effetto. Quando non c’è soluzione di continuità tra vibrazione e contatto. E’ un vortice silenzioso e inarrestabile. E l’unica via di scampo è arrendersi. Quando tutto resta immobile per un attimo infinito. In un connubio perfetto di felicità e disperazione. Ma a quel punto sorridere non basta, non basta proprio. Sorridere è lieve, c’è poco spazio nei sorrisi. E piangere è infinitamente più bello. Un pianto trattenuto. Dolce e sommesso. Nascosto dal respiro che poco a poco torna normale. E puoi scegliere che cosa vederci dentro, oppure puoi non scegliere affatto. 

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Ho bisogno di sentire sulle mie labbra il desiderio di sentirmi divorare.
Ho bisogno di aggrapparmi ai suoi fianchi stretti.
Sprofondare nel suo viso acerbo e malato di dolore.
Trasformare la mia incapacità di vivere in amore.

Da Il cerchio del destino, di S. Paravicini (Feltrinelli, 2004)