Benvenuti nel mio Castello

† passaggio segreto


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† specchio delle mie brame


† spiriti liberati

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† editto del regno

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† innocenti vanità

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† sentinelle del castello



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mercoledì, 31 agosto 2005


Lawson non è innamorato di te. Io l’ho visto stare con una donna, una donna che non gli bastava mai, una donna che gli si era insinuata in ogni molecola della sua anima, che aveva consumato ogni suo pensiero e che lo aveva trasformato in una creatura devota e ossessionata. Gliene hai mai parlato, eh, Lawson? Le hai mai spiegato la differenza che esiste tra l’amore vero e un letto caldo dove poter trascorrere del tempo?

Da Una Canzone per Bobby Long, di S. Gabel (2004)

 

 

martedì, 30 agosto 2005

 

Mi piace crederlo.

Mi piace pensarlo.

Mi piace e basta.

 

 
'cause I believe a little part of you inside of me will never die.

lunedì, 29 agosto 2005


Quando durante la notte non riusciva a prendere sonno, (…) scriveva. Era una cosa sua e le serviva, per dire delle parole che a vederle scritte le parevano più giuste o serie. Le parevano ordinate e per questo più meritevoli di avere uno spazio in cui prendere forma e restare segnate. E poi, in quella maniera, i suoi pensieri le apparivano più chiari, e i suoi silenzi si riempivano di significato. Le pagine raccontavano di tutte le cose dei suoi giorni, del tempo lento e della paura, dell’amore e di una piccola vescica sul tallone del piede sinistro. Parlavano di quello che lei non riusciva a capire, di cosa la feriva e delle ore del giorno più giuste per cercare di essere buoni. Erano la sua memoria e il suo pensiero che restava.


da Non è niente, di I. Bernardini (Baldini Castoldi Dalai, 2005)

giovedì, 25 agosto 2005


Una maschera senza occhi. Una bambola senza mani. Privata dei miei sensi più importanti. Scelgo di non scegliere. Scelgo di ignorare i miei limiti. Per un attimo che non so quanto durerà. Le tue dita, lente, a sfiorarmi il viso. Appena. Profumo di pelle. Fresca, pulita. Respiro a fondo. La sola traccia che ho. Per capire dove sei. Quanto sei vicino. Quanto ti allontani. No, che non ti allontani. Perché dovresti? Per guardarti, mi dici. Guardami da vicino. Sono una collezione di particolari bellissimi, sai? Lo vedo. Sorrido. Ho sete. Il suono morbido del vino nel vetro. Mi avvicini il bicchiere alla bocca. Lo inclini piano, come si fa con i bambini. Un sorso breve, attento. La tua voce. Facciamo un gioco. Stiamo già giocando. Allora diciamo che questa è una regola. Da questo momento in poi, fino alla fine del gioco, qualsiasi cosa ti chiederò, non potrai mai chiedermi perché. Perché? Le tue labbra sulle mie. Inattese. Devastanti. Perché la risposta sarebbe sempre la stessa. Perché sì.

 

martedì, 23 agosto 2005

 

Io ho un amico. Che si era compromesso con una donna del tutto inadeguata. Ogni volta che noi glielo facevamo notare, invariabilmente dava la stessa debole risposta. “Trascende ogni mio controllo”, replicava. Ed era sull’orlo di diventare oggetto di derisione. E a quel punto, un’altra mia amicizia, una donna, decise di parlare con lui seriamente e gli fece capire che il suo nome correva il rischio di essere risibilmente associato a quella frase per il resto della sua vita. E sapete lui cosa fece? Andò a trovare la sua amante e bruscamente le disse che l’avrebbe lasciata. E, come immaginabile, lei protestò energicamente. Ma a tutto quello che diceva, ad ogni obiezione che lei faceva, lui sempre rispondeva: “Trascende ogni mio controllo”.

 

Da Le Relazioni Pericolose di S.Frears (1988)

lunedì, 22 agosto 2005

 

Giorni di scatoloni. Da riempire. Con le cose da portare con me. Passano tra le mie mani. Sotto i miei occhi. Una dopo l’altra. Le foto. Dei momenti importanti. Dei miei amori. Delle mie continue trasformazioni. Bionda, mora, riccia, liscia. A cercarmi. Che mica ancora mi sono trovata. Le lettere, le smemo, i diari. Di una tenerezza disarmante. Le calze verdi fosforescenti del liceo. Il primo cellulare motorola, regalo di laurea, che pesava tipo un chilo e mezzo, batteria inclusa. Il primo impermeabile di pelle, comprato in un negozio dell’usato, che a furia di acquazzoni mi accorsi che originariamente era blu ed era stato tinto di nero. Deve essere stato questo, l’ho realizzato con il tempo, a compromettere irrimediabilmente la mia carriera di rockstar. La collezione di plettri. Quello nero con il teschio argentato, il mio preferito. Il completino intimo, grigio a pois di cacharel, un regalo delle amiche del cuore, per la mia prima volta. Che allora mi sembrava sexy. Sensuale come un tassametro, si direbbe oggi. L’orologio con il cinturino di gomma nera al profumo di liquirizia. Gli abitini per l’estate, il premio per ogni esame in cui prendevo trenta. Tredici trenta, per l’esattezza. E l’onta di un venti in matematica e di un ventuno in statistica, prova inconfutabile – nel caso ancora qualcuno nutrisse dei dubbi - dello scarso sviluppo del mio emisfero destro. Il sinistro, in compenso, ha varcato i confini nazionali. Ne ho richiesto l’estradizione. Ma l’impresa sembra più ardua del previsto.

 

 


11 agosto 1990

Harlock                   Mamma! I tuoi primi 40 anni… auguri!
Mamma di Harlock     Già… grazie! Io 40 e tu 20! Da ora in poi avrò sempre il doppio dei tuoi anni!

Harlock                   Ehm… no, mamma. Se così fosse tu invecchieresti in maniera esponenziale…
Mamma di Harlock     …

11 agosto 2005

Harlock                    Pronto, mamma?
Mamma di Harlock      Ciao…
Harlock                    Volevo farti gli auguri per i tuoi 68 anni.
Mamma di Harlock      Scema… 


venerdì, 19 agosto 2005

 

 

 

- Quanti fratelli ho, Stefano?

- Come?

- Quanti fratelli ho?

- Ma che domande fai?

- Così… volevo vedere se te lo ricordavi… Di che segno sono?

- Ma che dici?

- Quand’è il giorno del mio compleanno? Non te lo ricordi vero?

- No, non me lo ricordo…

- Mi pensi mai? Pensi che valga qualcosa nella tua vita? Mi stimi?

- No… non ti penso… non ti penso mai… Tu non c’entri niente. Sono io. Io non provo niente per te. Non so nemmeno che cosa ci faccio qui con te.

- Tu stai proprio male. Non ha senso continuare a vedersi così. Se una storia non si può raccontare, che storia è? Io non ti voglio più vedere. Spero di riuscirci. Sei una persona triste. Io posso stare male, ma non rimango ferma.

- Aspetta…

- No… sei tu che stai male… sei tu che stai sempre fermo…

 

Da La vita che vorrei, di G. Piccioni (2004)

 

 

mercoledì, 17 agosto 2005

 Non so esattamente quando è successo. Da un certo punto in poi, credo. Ma non saprei dire con precisione quando questo blog ha smesso di essere quello che avrei voluto che fosse. Non voglio dire che non ero io, che non sono io. Lo ero, lo sono ancora. Ho scritto di emozioni, di sentimenti, di momenti, di immagini. Ma sempre più spesso con un bel velo di cipria sopra. Iridescente, madreperlata. Sfumata ad arte, come solo io so fare. Con le mie belle sequenze di parole e di pause. Per sembrare più ironica. Più forte. Più fragile. Più complicata. La realtà è ben diversa. L’unica cosa di cui sono assolutamente certa, ora, è che non ho la più pallida idea di dove mi trovi. Mi sento perduta nella mia stessa vita. Ed è una sensazione orribile. Questa nebbia è sempre più densa. Non vedo le forme. Non vedo i colori. Sento i suoni soffocati. E il respiro che manca. 

 

 

 

venerdì, 12 agosto 2005

 

Il dolore che provo non assomiglia a nessun dolore. E’ lì ma non ha nome. E’ nel corpo e non ha nome. Si gonfia dentro e non ha nome. Posso fare finta di essere forte. Ancora. Sempre. Come non sono. Sono vuota. Una forma vuota e chiusa. Scavata. L’interno di una scatola buia. Ho voglia di urlare, di sentire un'eco così forte da farmi inghiottire. Ma non ci riesco. Il suono si spezza sul margine della gola. Una parte si trascina sul ciglio delle labbra. E vi resta aggrappato, con forza estrema. Un baratro, là sotto. Scogli aguzzi. Schiuma di onde. Sarebbe così semplice. Lasciare la presa. Un attimo è solo un attimo. In cambio di tutto ciò che non arriverò mai a capire, che non riuscirò mai a spiegare. A chiedere. A sentire. Basta. Molto silenzio. Il silenzio delle cose che scivolano verso altre cose, delle cose già accadute, dell’ultimo istante mentre le cose smettono di accadere.                                                               

 

Le frasi colorate sono tratte da Il Silenzio che viene alla fine, di D. Gambetta (Einaudi, 2005). Dove tutto ha avuto inizio. Dove tutto ha avuto fine.

mercoledì, 10 agosto 2005


Harlock  Che programmi hai per la settimana, tesoro?

Franco  Un’agenda fittissima, un sacco di lavoro da finire, valigia da preparare, trovare una nuova casa perché entro settembre me ne devo andare… e poi… Daniele Citterio…

Harlock  Chi?

Franco  Il mio parrucchiere…

Harlock  Ah, già….

Franco  A proposito, il tuo parrucchiere te lo da il promemoria con l’appuntamento? Guarda un po’ qui!

Harlock guarda perplessa e divertita il cartoncino accuratamente ripiegato con logo del salone e indicazione del giorno e dell’ora dell’incontro.

Harlock  E quanto ti costa lo scherzetto, incluso il promemoria?

Franco  15 euro.

Harlock  Beh, dai… non è tanto… anzi, è proprio un affare!

Franco  Sì… mi calcola come "taglio bambino".

Harlock muore soffocata dalle risate.


martedì, 09 agosto 2005

Si può rinunciare a vivere qualcosa solo perché non sai che nome dargli?
Si può rinunciare a vivere qualcosa solo perché ne intuisci l'intensità ma non la direzione?
Si può rinunciare a vivere qualcosa solo perché sei schiava dei tuoi limiti e delle tue paure?
Si può rinunciare a vivere qualcosa solo perché i ricordi pesano più dei sogni?
Certo che si può. Si può tutto. Si può sempre.
Ma è la cosa che più si avvicina al mio personale concetto di peccato mortale. 

 

 

 

 

 

lunedì, 01 agosto 2005


"Mi sono ingannato, semplicemente.
Ho cercato la sua bellezza anche dentro di lei, ma non c’era. Non c’era nulla.
Ho cercato l’amore dentro di lei, ma c’era solo rabbia, confusione e tormento."

Di me. In alcuni momenti. O forse sempre.